Immagina di essere in un piccolo club, i pavimenti appiccicosi, l’aria che odora di posacenere. Sul palco un tizio impazzito con le palle di fuori si tagliuzza mentre urla al mondo la sua rabbia. Questo è GG Allin. Ora, sostituisci il palco con un cartellone pubblicitario e il pubblico con una folla di consumatori. Benvenuto nel mondo della comunicazione moderna, dove i brand, come dei veri e propri psicopatici del marketing, sono disposti a tutto pur di farsi notare.

 

GG Allin era un regista di sé stesso, un maestro del trash e della provocazione

 

Le sue performance erano vere e proprie scene di guerriglia, un pugno nello stomaco o come spesso accadeva, una testata in piena faccia, che lasciava il pubblico attonito e disgustato. Era come a Pamplona, una corrida al rovescio, con la differenza che la gente non scappava davanti alla bestia. La folla era lì per farsi sputare addosso, per sentirsi viva, anche solo per la mezz’ora scarsa dell’esibizione. E poi li vedevi uscire con quella faccia da ebeti, come se avessero appena assistito a un miracolo. Ma non erano miracoli, era solo un bel po’ di schifo ben confezionato e lanciato sulla gente. Era il trash che cercavano e non sapevano ancora chiamarlo FOMO. Ma dire di aver visto Allin era come avere un tatuaggio sulla fronte con scritto sono stato all’inferno e ne sono uscito vivo. Più o meno quello che potevi leggere sulle locandine dei suoi concerti, i promoter non si assumevano la responsabilità di quello che sarebbe potuto accadere con Jesus Christ Allin, questo il suo vero nome.

 

La mia mente è una mitragliatrice, il mio corpo sono i proiettili e il pubblico è il bersaglio.

 

Ma dietro la violenza c’era un’urgenza di comunicare, un bisogno viscerale di essere ascoltato. Al di là della provocazione, c’era una ricerca profonda di autenticità e di un modo per esprimere un disagio profondo. GG Allin, con le sue esibizioni estreme e controverse, ha spinto i limiti delle sue performance fino all’eccesso.
Oggi molti brand sembrano seguire una strada simile e, pur evitando l’assunzione di enormi quantità di lassativi, cercano di scioccare e provocare per farsi notare in un panorama comunicativo sempre più saturo. Ma così come Allin ha rischiato di alienare il suo pubblico, anche le aziende rischiano di danneggiare la propria reputazione se si spingono troppo oltre.

 

 

 

 

Shockvertising

Fino a che punto è lecito (e utile) utilizzare la provocazione per vendere un prodotto?

Oggi, la provocazione è diventata una strategia di marketing consolidata. Molti brand utilizzano immagini forti, messaggi provocatori e azioni controverse per farsi notare in un mondo saturo di informazioni. Sfruttano l’effetto Von Restorff soprattutto in quei contesti in cui il pubblico può essere più vulnerabile.

 

Le campagne shock ci colpiscono al cuore, suscitando reazioni intense e difficili da dimenticare

 

Lo Shock Advertising si nutre delle nostre reazioni emotive più primitive per attirare l’attenzione. Il forte impatto visivo e il contenuto provocatorio stimolano il sistema limbico del cervello, la sede delle emozioni. Questo meccanismo di difesa ancestrale ci predispone a ricordare eventi particolarmente significativi, anche negativi. Di conseguenza, la pubblicità shock lascia un’impronta indelebile nella memoria creando un legame profondo con il brand. Una connessione che non sempre porta a quel tanto bramato ritorno dell’investimento. Il purché se ne parli è una gran cazzata oramai.

 

 

Le conseguenze dell’estetica della violenza

Oggi i brand hanno preso in prestito le mutande ascellari e l’elmetto di GG Allin. Le campagne pubblicitarie sono diventate sempre più violente, provocatorie e trash. Vogliono essere virali e fare in modo che il dibattito sui social non si esaurisca velocemente. Ma a quale prezzo? L’uso della violenza nella comunicazione può essere efficace per attirare l’attenzione, ma può anche alienare una parte del pubblico e danneggiare la reputazione del brand.

La continua ricerca della provocazione rischia di banalizzare il concetto stesso di shock, rendendo le campagne sempre più estreme, ma sempre meno efficaci. Siamo schermati alla violenza, desensibilizzati, e le nuove generazioni cresciute sui social sono più preparate ai contenuti forti. Ieri Rotten era un tabù oggi ci lascia indifferenti.

 

 

Di seguito ti riporto una piccola selezione di campagne pubblicitarie che usano lo shock per attirare l’attenzione su particolari tematiche sociali. Trovo le idee molto impattanti anche se il connubio violenza e pornografia del dolore alla lunga perde la sua efficacia soprattutto scorrendo gli esempi uno dopo l’altro.

 

 
esempio pubblicità scioccante, sensibilizzazione

Questa campagna ha fatto molto parlare e questo potrebbe essere stato un fattore importante che ha contribuito al più grande investimento nella ricerca sul cancro al pancreas nel Regno Unito nel 2017.

 

 
pubblicità shock contro il fumo

Fumare è essere schiavo del tabacco, una campagna che in Francia non ha portato alcun risultato. L’associazione per la tutela dei minori Enfance et Partage ha affermato che la campagna è stata crudele e insensibile nei confronti delle giovani vittime di abusi sessuali e persino dei produttori di tabacco.

 

 

campagna brand Patagonia

Le vendite annuali di Patagonia sono aumentate di quasi il 40 percento nei due anni successivi alla prima messa in onda della campagna. Il pubblico di riferimento attento all’ambiente non si è preoccupato di pagare un po’ di più per i prodotti di alta qualità offerti dal brand.

 

 

esempio pubblicità shock del wwf

Questa pubblicità del WWF richiama e amplifica la tragedia dell’11 settembre: un disastro completo e ritiro immediato della campagna.

 

 

campagna pubblicitatia shock contro la violenza domestica

Campagna di sensibilizzazione contro la violenza domestica che sfruttò il dibattito nato sui social in merito al colore dell’abito.

 

 

esempio campagna pubblicitaria shock per sensibilizzare sul volontariato

Questa campagna pubblicitaria per sensibilizzare sul tema del volontariato ha vinto un’ampia gamma di premi nel 2014. Quello stesso anno il tempo dedicato al volontariato sia negli USA che nel Regno Unito è aumentato rispettivamente del 3% e del 4%.

 

 

Se nel mondo business, che sia quello musicale o quello commerciale, l’unica cosa che conta è far parlare di sé, a qualunque costo, e se per farlo bisogna scatenare l’inferno, beh, allora che inferno sia. Dopotutto, come diceva il buon vecchio GG: “Se non ti piace, vai a farti fottere”.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Hated: GG Allin and the Murder Junkies.

 

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