La creatività non è una dote riservata a pochi, ma una skill che viene profondamente influenzata dall’ambiente circostante. Esistono luoghi e situazioni specifici in grado di stimolare il cervello, facilitando il pensiero divergente, la generazione di nuove idee e il superamento dei blocchi mentali. Nonostante questo, spesso su un nuovo progetto il dubbio mi assale e mi chiedo se mi verrà mai in mente qualcosa di creativo. Maledetta sindrome dell’impostore!

Cosa è la creatività ma soprattutto come funziona questa magia?

La ricerca scientifica dimostra che la creatività non è un dono mistico né il risultato di alterazioni artificiali. Le neuroscienze hanno smentito definitivamente il mito romantico secondo cui le droghe faciliterebbero il pensiero creativo, rivelando invece come la vera ispirazione dipenda da equilibri cognitivi che i fattori ambientali possono stimolare in modo sano e produttivo.

 

 

 

 

Le idee migliori arrivano quando ti allontani dalla scrivania

Quali sono i luoghi per antonomasia che stimolano la creatività? Lanciarsi in un trekking nella natura o chiudersi in bagno? Bel dilemma, ma ognuno ha il suo modo.

L’amore viscerale di Beethoven per la natura e la sua propensione a trarre ispirazione camminando nei boschi sono testimoniati da sue lettere (come la celebre missiva del 1808 a Teresa Malfatti) e citati in molteplici biografie classiche sul compositore. Il maestro di Bonn si portava dietro taccuini durante le sue passeggiate nei dintorni di Vienna e appuntava frammenti di melodie strada facendo, come un writer che gira con sua la bomboletta.

Non era il solo.

Nietzsche arrivò a scrivere che solo i pensieri nati camminando hanno un valore. Dickens macinava chilometri per le strade di Londra di notte, fino a trenta in una sola uscita, e da quelle camminate compulsive uscivano fuori i suoi romanzi.

 

I piedi sembrano avere un rapporto privilegiato con la testa

 

Non è solo aneddotica da biografia romantica. Nel 2014 due ricercatori di Stanford, Marily Oppezzo e Daniel Schwartz, hanno preso la questione di petto con uno studio dal titolo che è già un manifesto: Give Your Ideas Some Legs. Hanno misurato il pensiero divergente di un gruppo di volontari prima da seduti e poi camminando.

La produzione di idee originali aumentava in media del 60% durante la camminata.

Non serviva il panorama alpino, funzionava anche su un tapis roulant davanti a un muro bianco.

Steve Jobs lo aveva capito senza bisogno di paper accademici. Le sue famigerate walking meeting per le strade di Palo Alto erano il suo modo di sbloccare le conversazioni difficili. Niente sala riunioni, niente proiettore con le slide, niente creativo con gli occhiali dalla montatura nera che annuisce. Solo due persone che camminano e parlano.

I motivi per cui il brainstorming a 4 km orari funziona ce li spiegano le neuroscienze. Quando smetti di fissare il problema e lasci vagare la mente, si attiva quello che i ricercatori chiamano default mode network, la rete neurale del “cervello a riposo”. È il sistema che entra in funzione quando non stai facendo niente di preciso. Sogni a occhi aperti, colleghi ricordi, fai associazioni strambe. In questa finestra nascono le connessioni inaspettate, quelle che da concentrati non vedresti mai. La creatività, in fondo, è mettere insieme due cose che non c’entrano niente e accorgersi che invece c’entrano eccome.

 

 

 

 

Dove vado a caccia di idee?

Il bagno come tempio laico dell’ispirazione

Lo psicologo cognitivo Scott Barry Kaufman nella sua ricerca del 2014 ha scoperto che circa il 72% delle persone dichiara di avere le proprie intuizioni migliori sotto la doccia. Più di quelle che arrivano in ufficio, in riunione o davanti a un foglio bianco. Che umiliazione cosmica per tutte le sale meeting con le pareti scrivibili e i pouf colorati.

Il meccanismo è lo stesso della camminata, anche la doccia è un’attività a bassa richiesta cognitiva. Niente distrazioni, niente telefono. Il cervello va in folle, la mente vaga col pilota automatico, il default mode network fa il suo lavoro sporco. Agatha Christie sosteneva che il momento migliore per progettare un libro fosse mentre lavava i piatti. Un altro modo per essere nel qui e ora. Woody Allen ha raccontato di farsi una doccia anche quando non ne aveva bisogno, ma solo per sbloccarsi. Archimede, che di queste cose se ne intendeva, il suo momento eureka lo ebbe letteralmente dentro una vasca (De Architectura, libro IX). Duemila anni dopo siamo ancora qui, nudi e bagnati nel nostro tempio ad aspettare l’illuminazione.

 

 

Fà sito!

La terapia del rumore

E qui arriviamo al paradosso che mi piace di più. Ti hanno sempre detto che per concentrarti serve il silenzio, giusto? A Bergamo, in una biblioteca in Città Alta troneggiava una targa con su scritto silentium. Non era una formula di Harry Potter, ma un monito. Un invito alla quiete e a levarti dalle palle in caso di bisbigli o di piccole risate.

Uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research da Ravi Mehta e colleghi, dal titolo eloquente Is Noise Always Bad?, ha dimostrato che un rumore ambientale moderato, intorno ai 70 decibel, migliora le prestazioni nei compiti creativi rispetto sia al silenzio totale, sia al frastuono. Settanta decibel è esattamente il brusio di un bar. Quel vociare indistinto, la macchina del caffè, il tintinnio delle tazzine. Un livello di disturbo che non ti permette di concentrarti in maniera chirurgica e, proprio per questo, funzionale che costringe il cervello a elaborare in modo più creativo.

Hemingway lo aveva scoperto prima dei ricercatori. I suoi racconti parigini nascevano ai tavolini della Closerie des Lilas, taccuino, matita e temperino, con la vita che gli scorreva intorno.

J.K. Rowling ha scritto buona parte del primo Harry Potter all’Elephant House di Edimburgo.

David Lynch, che non è esattamente il primo che ti viene in mente pensando alla normalità, per anni è andato ogni giorno nello stesso bar di Los Angeles.

Il bar is the new default mode network.

 

 

Born to Be Wild

Torniamo a Beethoven e alle sue passeggiate. La psicologia ambientale ha dato un nome a quello che il compositore faceva istintivamente. Si chiama Attention Restoration Theory, formulata dai coniugi Kaplan negli anni Ottanta. Le fronde che si muovono, l’acqua che scorre, la luce che filtra. La natura, quella vera, quella che nessun open space con le piante finte potrà mai replicare. In sintesi, l’ambiente urbano bombarda la nostra attenzione diretta fino a esaurirla, mentre la natura la ripristina, perché cattura lo sguardo in modo morbido, senza pretendere niente.

La psicologa Ruth Ann Atchley ha portato un gruppo di escursionisti a fare quattro giorni di trekking nella natura, senza dispositivi elettronici. Al termine, i partecipanti hanno migliorato del 50% le loro prestazioni nei test di problem solving creativo. Nessun corso di design thinking ti dà un ritorno del genere, e costa pure meno.

 

 

 
 

E il team Dirty dove va a cercare le idee?

Il filo rosso che lega la camminata, la doccia, il bar e il bosco è sempre lo stesso ed è quasi banale una volta che lo vedi. La creatività non arriva quando la insegui, arriva quando crei le condizioni perché la mente possa divagare. Io non ho una confort zone creativa ora che ci penso. Non mi pare di avere quel luogo sicuro che accende l’immaginazione a comando. Però mi rendo conto che il mio creativity mode si attiva con le giuste condizioni: musica scelta ad hoc e volume a stecca. Perdonatemi, sono un figlio degli anni ’90 cresciuto a rock alternative e pogo.

Ho girato la domanda al team, senza filtri e senza diritto di replica. Questo è quello che mi hanno risposto.

 

 

Martina

Le idee migliori le incontra sulla soglia, un attimo prima di addormentarsi

“Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida e visionaria follia”. Probabilmente Erasmo da Rotterdam, nell’Elogio della Follia, non avrebbe potuto dirlo meglio. Del resto, se per la Treccani l’idea è ogni singolo contenuto del pensiero, è anche vero che, tra tutte quelle che ci attraversano la mente ogni giorno, alcune sono decisamente più interessanti di altre.

Le mie idee creative migliori, ad esempio, nascono quasi sempre di notte, proprio quando sto per addormentarmi. Banale? Forse. Normale? Ancora di più. Il punto è che, non riuscendo quasi mai ad addormentarmi subito, mi ritrovo spesso in quei quindici o venti minuti sospesi in cui inizio a ripercorrere la giornata, i pensieri lasciati a metà e, nei casi peggiori, l’intera traiettoria della mia esistenza. Poi, proprio quando il sonno sta arrivando, boom: arriva l’idea.

Il problema è che, nella maggior parte dei casi, me la dimentico. A volte provo a salvarla chiedendo a Siri, con una voce poco lucida, di impostarmi un promemoria. Il risultato, la mattina dopo, è spesso una frase indecifrabile che nemmeno io riesco a ricondurre al lampo di genio della sera prima. Ogni tanto, però, qualcosa resta. E di solito, se resta, è perché aveva davvero un senso.

La cosa interessante è che questa dinamica non è solo una mia stranezza. Anche Salvador Dalí e Thomas Edison erano affascinati da quel momento di passaggio tra veglia e sonno, chiamato stato ipnagogico. Dalí, secondo quanto raccontato nel suo libro 50 Secrets of Magic Craftsmanship, si sedeva su una poltrona tenendo una chiave in mano sopra un piatto di metallo. Edison, in modo simile, teneva delle sfere d’acciaio. In entrambi i casi, appena il corpo iniziava ad addormentarsi, la mano si rilassava, l’oggetto cadeva facendo rumore e loro si svegliavano proprio in quella soglia sottile in cui la mente è ancora abbastanza vigile da ricordare, ma già abbastanza libera da produrre associazioni insolite.

Non mi sto, ovviamente, mettendo alla pari con nessuno dei due; tuttavia, trovo affascinante il fatto che alcune intuizioni nascono proprio quando smettiamo di controllare tutto. Come se la mente, nel momento in cui abbassa le difese della razionalità, iniziasse a collegare pezzi che da svegli non avremmo mai accostato.

Tutto questo per dire che la mente è una macchina incredibile. Lavora anche quando pensiamo di aver spento tutto, rimescola immagini, ricordi, problemi e desideri, e ogni tanto, quasi per caso, ci restituisce qualcosa che assomiglia a un’idea. Forse non sempre geniale, forse non sempre utile, ma abbastanza potente da ricordarci che la creatività non nasce solo quando ci sforziamo di pensare. A volte arriva proprio quando, finalmente, smettiamo di farlo.

 

 

Eugenio

Le aspetta al varco dall’altra parte della notte, appena sveglio

Generalmente le idee (non dico le migliori) iniziano a fioccare nella mia testa appena sveglio. Più che idee, si tratta di pensieri, risoluzioni, scorciatoie, visioni. Il cervello inizia a mettersi in moto trascinando con sé le suggestioni inconsce e le creazioni simboliche della dimensione onirica della notte appena terminata. Il tutto frammischiato alla solita erezione mattutina che mi ricorda che anche oggi, fortunatamente, sono vivo. La mia compagna dorme e non la disturbo se non con il crescente brusio che fuoriesce ronzante dalle mie orecchie. E se si sveglia la tranquillizzo e le dico che non è niente. Che si tratta solamente di un temporale passeggero. Generalmente questo passa intorno alle 7 del mattino e dura un’ora. Alle 8 non ne posso più e mi alzo dal letto.

 

 

Benedetta

Il suo luogo magico l’ha cercato per anni, per poi scoprire che non è un luogo

Sono sempre stata una bambina solitaria. Molto timida, poco incline alla socializzazione, se non altro per la paura di non capire esattamente come comportarmi. Il mio posto magico è dove ho passato le estati con mia nonna per tutta la mia infanzia e gioventù. Al mare, nel silenzio della campagna sarda sperduta in mezzo al niente. L’apoteosi della solitudine (comfort zone al top delle mie possibilità. E chi smuove da lì?). Poi però con l’età (compio 40 anni quest’anno, fatemi lagnare. Mi merito di fare paternali come la più rompicoglioni tra gli anziani) ho scoperto che le idee migliori non sono quelle che nascono dalla solitudine.

Noi, come individui singoli, slegati dal resto del mondo, possiamo avere certo delle buone idee, anche ottime a volte. Ma quand’è che diventano idee reali, potenti, destabilizzanti? Il vero luogo magico non è un treno, il mare, il mercato o la latrina del campeggio. Il luogo magico sono le persone. Quelle con cui sei sulla stessa lunghezza d’onda, ma che sono diverse da te. Spesso anche profondamente. Perché gli altri fanno andare il nostro cervello ad un altro ritmo. Riaccendono connessioni che da soli non saremmo in grado di stimolare. Più che un luogo, si tratta di un non luogo magico. Anzi, un luogo altro. Un’eterotopia come direbbe Foucault. Al pari del carcere (non fatevi intimorire. Lo giuro, ha un senso positivo). O dei posti immaginati nel gioco dei bambini. Un posto con delle regole precise che non esiste in senso stretto ma che ha un effetto su di noi che lo viviamo.

Possiamo essere lupi solitari (ed essere molto fieri di esserlo), persone-stambecco che si arrampicano sulle montagne la domenica mattina per un po’ di aria fresca, tipi da spiaggia all’alba (perché al tramonto c’è troppa gente), o poeti maledetti alla moda di Foscolo e di quel disgraziato di Jim Morrison (VERY unpopular opinion). Ma la realtà è che senza le persone, le nostre idee saranno anche geniali, ma lo sono solo potenzialmente. Finché non ci confrontiamo con gli altri.

Forse scopriremo di aver pensato all’idea del secolo o, forse, alla cagata più colossale che sia mai esistita. Ciò che è certo, è che la nostra idea non resterà un embrione di ciò che sarebbe potuto essere. Evolverà, si rafforzerà o cambierà radicalmente. L’idea geniale è il frutto della dinamica tra le persone, del loro vissuto e delle loro competenze. È l’intreccio delle creatività, dei lampi di genio, delle aspirazioni di chi viaggia con noi.

Perciò, amici decadentisti di Baudelaire di tutto il mondo, unitevi. Non abbiate paura, non vi spezzerete. One-man-band del business aprite la mente, non dovrete restare soli per sempre.

 

 

 
 

Cambia strada e costruisci un cavallo di Troia anche tu

La prossima volta che la sindrome dell’impostore bussa alla porta e il foglio resta bianco, non insistere. Alzati, esci, cammina. Non è procrastinazione, è metodo. Lo dice la scienza e, molto prima della scienza, lo dicevano quelli che di mestiere andavano a caccia di idee.

Come Ulisse, per dire. Dieci anni di assedio a testa bassa sotto le mura di Troia e niente, la forza bruta non pagava. Poi l’idea che ribalta tutto del cavallo di legno. La trovata creativa più famosa della storia è nata cambiando strada e non insistendo. Del resto, lo chiamavano polytropos, l’uomo dal multiforme ingegno mica per niente. Era quello che per trovare la via di casa, ha dovuto perdersi. Che poi è esattamente quello che fa la mente quando la lasci vagare.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Odissea.

 

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