L’esistenza è infarcita di design, la nostra quotidianità ne è piena. Ma che ruolo ha il designer in tutto questo? Quanto si è erosa la sua autorevolezza come professionista? Non più un visionario, ma una pedina in balia del marketing e del committente. Ai designer si richiede la magia di far apparire un prodotto diverso dall’altro. Poco importa che i prodotti siano tutti uguali e l’unica differenza sia nel loro packaging. I designer vengono ingaggiati per creare l’apparenza e non scelte concrete. Siamo diventati parti di un meccanismo, siamo diventati insider e siamo bravi. Ma la soluzione purtroppo non è questa.

 

Dobbiamo imparare a essere cattivi

 

Dobbiamo essere cattivi nel senso di disobbedienti, insubordinati. Prendere il progetto del committente e riscriverlo. E se ci chiede un sito per vendere al meglio un suo prodotto noi abbiniamo le foto patinate ad un copy impeccabile. Ma forse il cliente non ha bisogno di un sito web. Forse ha bisogno di un nuovo prodotto, di una nuova immagine, o magari di cambiare mestiere. Forse dovremmo dirglielo.

Essere cattivi significa smettere di accettare tutto ciò che ci arriva dal committente in modo passivo. Risvegliamo il pensiero critico, smettiamo di ascoltare, di tranquillizzare i clienti. Mettiamoli in agitazione, provochiamoli! Facciamogli capire che il graphic design, come l’architettura, ha una forte responsabilità sul pubblico e sull’ambiente che ci circonda. Se affrontiamo il nostro lavoro tenendo saldi i principi che ci animano faremo molto di più che modificare un font o scegliere come abbinare dei colori. Potremmo influenzare il modo in cui le aziende fanno affari, renderle migliori o socialmente più responsabili.

 

Il ruolo del designer è quello di un outsider

 

Sedotti dal marketing, ci vestiamo come i nostri clienti, parliamo come i nostri clienti e, peggio ancora, pensiamo come loro. Siamo un ingranaggio del meccanismo, ma potremmo essere più efficaci come bastone tra le ruote.

Dobbiamo piantarla di essere sicuri, di proporre l’opzione giusta. Usciamo dalla comfort zone e finiamola di farci le solite domande sul progetto a cui stiamo lavorando. È bello? Piacerà al cliente? Urterà la sensibilità di qualcuno? Se il tuo progetto è bello, sicuro e inoffensivo come potrà distinguersi in mezzo a tutti gli altri progetti belli, sicuri e inoffensivi?  Occorre fare una scelta e imporsi una propria linea di condotta.

Anni fa si parlava ancora del conflitto tra l’essere commerciale oppure di rimanere fedele alla propria arte. Il concetto di svendersi era molto sentito. Quando accusavi qualcuno di averlo fatto, ferivi i suoi sentimenti. Aveva tradito l’arte in nome del vile denaro! Ma oggi è cambiato tutto.

 

Svendersi è diventata una prassi rispettabile, praticamente l’unica possibile

 

Ci si svende in piccolo accettando lavori da clienti che detestiamo. Lo facciamo in grande svendendo la nostra indipendenza. Accusa qualcuno di svendersi e magari si sentirà lusingato e inizierà a parlarti del suo fatturato. L’ostentazione e la crescita economica sono socialmente accettabili, non c’è più da vergognarsi a dire che stai facendo i soldi. Il marketing ci insegna tutti i giorni che non esiste nient’altro all’infuori della ricchezza e del potere. Lo vediamo nei cartelloni stradali quando aspettiamo che scatti il verde, nei banner pubblicitari dei siti web e nei reel di Instagram.

Abbiamo imparato le regole di un design appropriato e normale, un design che mette tutti d’accordo. Un design che non sfida la consuetudine e difende lo status quo. Sfidiamo il gusto con un design inappropriato. Stimoliamo le persone a porsi delle domande, a mettere in dubbio ciò che considerano una certezza.

 

Dobbiamo essere dei designer cattivi per essere buoni designer

 

Buttiamo via la retorica delle accademie, delle multinazionali, dei portfolio tutti uguali. Cattivi designer significa aprire gli occhi ed essere coraggiosi. Far coesistere la propria integrità artistica con un obiettivo funzionale di chi ci ha scelto come missionari dell’arte nel mondo del business.

 

 

Questa dichiarazione di intenti è basata sul testo radicale e innovativo We’re Here to be Bad, pubblicato nel 1990 su Print Magazine da Tibor Kalman and Karrie Jacobs (puoi leggere la traduzione completa su Filosofia del graphic design di Riccardo Falcinelli). Il testo è stato per me illuminante e lo trovo ancora dannatamente attuale. Ora più che mai il design è la discriminante per definire il nostro io che deriva da ciò che consumiamo e ciò che quindi siamo. La disobbedienza ha un’accezione positiva ed eroica. Siamo chiamati in causa e siamo qui per essere cattivi.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Venom.

 

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