Come spiegato chiaramente qui il processo di naming è essenziale per raccontare chi sei e la tua personalità. Citando, “Il tuo nome avrà il tuo sapore”, ed è proprio nell’ambito del sapore che vorrei soffermarmi: la ristorazione.

 

Che nome dare a un ristorante? Come trovare i nomi dei piatti da inserire nel menù?

 

All’apertura di un nuovo locale queste sono domande più che lecite ed è importante porsele. Un ristorante infatti viene giudicato in prima battuta per il suo nome, un attimo dopo per la location, poi per il menù e infine per i piatti proposti. E il conto, ovviamente, ma sul conto non proferirò parola.

Quando si pensa al nome da dare al proprio locale bisogna essenzialmente tenere conto di tre fattori:

  1. Posizionamento sul mercato: come ci poniamo rispetto ai nostri competitor? Cosa possiamo offrire in più? E in meno?

  2. Target da raggiungere: a chi vogliamo parlare? Chi vogliamo vedere seduto al tavolo della nostra sala?

  3. Tipologia di prodotto: cosa offriamo al cliente? Sushi? Prodotti Bio? Veg? Cucina sperimentale o tradizionale?

 

 

Delineare la propria personalità è quindi fondamentale. Una volta deciso chi si vuole essere e cosa si vuole offrire è il momento di andare alla ricerca del fantomatico nome che dovrebbe essere:

  • Distintivo: il nome del ristorante dovrebbe immediatamente riportare il cliente a un locale preciso, senza il rischio di essere confuso con un altro.

  • Coerente: il nome deve essere rappresentativo, coerente con l’offerta e con il target del ristorante.

  • Facile da pronunciare: inutile complicare tutto con nomi difficili da scrivere e da pronunciare. La notorietà deriva principalmente dal passaparola. Immagina, “Ho mangiato in questo ristorante fighissimo, uno spaghetto allo scoglio da paura, è in centro si chiama Calis…catoi, boh una cosa del genere”. Ecco, ed è così che si interrompe il passaparola e no, Kalós kaì agathós non è un nome consigliabile per un ristorante.

  • Memorabile: se si ricordano del nome, ne parleranno.

 

 

La ricerca di un nome è complessa, ma ci sono dei fattori a cui possiamo aggrapparci per trovare il nome giusto, come ad esempio:

  • Il nome della strada in cui si trova il locale: in questo modo avremo un nome identificativo del locale e in una sola mossa il cliente avrà l’immagine di un locale radicato nel territorio.

  • Un nome proprio: Sora Lella? Un nome che ci riporta tra le vie di Roma e potrei avere una carbonara? grazie.

 

 

Dall’insegna al menù

Ora che abbiamo davanti l’insegna luminosa del ristorante, possiamo entrare. Una volta al tavolo, prendiamo il menù e anche se non lo sappiamo, abbiamo tra le mani l’antipasto della nostra cena, perché il menù e le sue parole pre-condiscono quello che mangeremo.

Secondo Gregg Rapp, “ingegnere del menù”, per costruire il menù perfetto ci vorrebbero circa 18 mesi, quindi non è un qualcosa da sottovalutare. Pare ci vogliano 18 mesi per crearlo, ma solo pochi minuti per leggerlo. La scelta delle parole è quindi essenziale. Mentre si è alla ricerca di un piatto, il cliente è infatti bombardato da espedienti comunicativi che indirizzano il consumatore verso determinate scelte. L’ingegneria dei menu si occupa proprio di questo, di costruire menu che trasmettano determinati messaggi ai clienti, incoraggiandoli a spendere di più e facendogli venire voglia di tornare al locale.

In primo luogo, secondo una ricerca svizzera riportata dalla BBC il cliente risulta considerare qualitativamente superiori le pietanze scritte in italic, siamo portati a considerarle più sofisticate a da mignolo tirato su mentre si alza un calice di rosso fermo.

È inoltre importante descrivere con attenzione i piatti che si vogliono presentare, secondo Charles Spence, professore di psicologia sperimentale e percezione multisensoriale all’Università di Oxford:

I ristoranti possono giocare con questo per spingere le persone a ordinare piatti più costosi […] un “filetto di Aberdeen Angus nutrito con erba con patatine fritte al rosmarino” sembra molto più appetitoso di una semplice “bistecca e patatine”.

 

Se non fosse abbastanza convincente, il rivenditore britannico Marks & Spencer è riuscito a far aumentare le vendite del 3500% solo grazie a una descrizione accurata del prodotto, si è infatti passati da un semplice budino a budino al cioccolato belga servito con crema extra spessa di Channel Island. Una sola descrizione ben costruita ha ribaltato la reputazione del prodotto creando un immaginario che ha avvicinato i compratori. Secondo Gregg Rapp, più estese sono le descrizioni del prodotto, più alta sembra essere la qualità, facendo passare il prezzo in secondo piano.

 

La lettura del menù deve aprire lo stomaco del cliente e fargli venire l’acquolina in bocca

 

Un interessante studio dell’Università di Colonia in Germania dimostrerebbe che l’utilizzo nei menù di parole che imitano i movimenti della masticazione farebbe aumentare la salivazione del lettore, creando l’acquolina in bocca che induce al mangiare. Siamo molto simili ai cani di Pavlov in questo, sbaviamo.

 

 

Tirando le somme, il menù dovrebbe:

  1. Essere descrittivo: la chiave è utilizzare nomi invitanti e parole sensoriali. Cremoso, aromatico, croccante, arioso, delicato, soave, sottile sono tutti termini che ci fanno assaporare il piatto prima ancora dell’assaggio, ce lo fanno immaginare. Una volta arrivato il piatto sarà automatico pensare “questa mousse di ricotta e limone è ariosa quanto immaginavo” e gli ingredienti saranno valorizzati.

 

  1. Essere Chiaro: sì alle descrizioni, ma attenzione alla chiarezza. Il cliente deve capire cosa avrà nel piatto.

 

  1. Attualizzare la tradizioni: ci deve essere un giusto equilibrio tra tradizione e innovazione. Espressioni come della nonna o fatte come una volta, attirano il cliente riportandolo in un immaginario comune, allo stesso tempo il menù dovrebbe portare freschezza e sfruttare le tendenze del momento.

 

 

 

Andare al ristorante è un esperienza che inizia nel momento in cui il cliente legge il nome sull’insegna, già dal primo momento, se il nome è quello giusto, si è catapultati in un immaginario alimentato poi dalla lettura del menù. Se tutto va come deve poi, la consumazione continuerà a farci stare aggrappati a questo nuovo mondo gastronomico e sarà solo il conto a strapparci da questo universo saporito, appagante, aromatizzato, delicato e croccante.
Non so voi, ma a me si è aperto lo stomaco.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Il sapore del successo (Burnt).

 
 
 
 
 
A cura di: 

Federica Liguori, sarda di nascita, viene impiantata in Emilia dove studia Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Tra un treno regionale e l’altro si diverte a fare montaggi video musicali e scatta foto a sconosciuti.

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