“Tanto ci impieghi solo cinque minuti, no?”
Una delle frasi che, ahimè, sento sempre più spesso quando si parla di social media marketing.
È vero, i social sono alla portata di tutti, quindi “tutto” può sembrare apparentemente semplice. Tuttavia, questa facilità d’uso ha favorito un equivoco fondamentale: se pubblicare un contenuto richiede effettivamente pochi secondi, il processo strategico che precede quella pubblicazione necessita di un approccio metodico e consapevole.
Per citare le parole del mio collega Stefano: “Tutti mostrano tutto, ma niente significa più niente”. In effetti, non potrei essere più d’accordo.
Se tempo fa consideravo i social network come un palcoscenico esclusivo, oggi li percepisco sempre più come una piazza. Una piazza particolarmente caotica in cui l’utente o l’azienda che più alza la voce riesce concretamente ad attirare l’attenzione dei “passanti”. Ma che senso ha tutto questo? Solo quello di strappare qualche like in più? O magari, in uno scenario completamente distopico alla Black Mirror, quello di ottenere un punteggio sociale più alto?
Sempre più spesso i brand adottano meccanicamente l’ultimo fenomeno virale senza considerare l’effettiva coerenza con i propri valori e principi, esponendosi così a incongruenze che possono compromettere la percezione del messaggio. La domanda che pertanto ogni azienda dovrebbe porsi prima di diffondere i propri contenuti è: questo trend è allineato con la nostra identità e i nostri valori?
L’importanza della semiotica nel mio lavoro
“Perché hai scelto di fare questo lavoro?”
È una delle domande che mi rivolgono più spesso e davanti alla quale, ogni-santa-volta, mi capita di rimanere in silenzio per un paio di secondi. Non perché non lo sappia, anzi. Il motivo del mio silenzio è che in realtà non avrei una risposta secca da poter dare.
Tra le infinite risposte che si intrecciano l’una con l’altra, c’è sicuramente un enorme spazio riservato alla mia passione per la semiotica. Una disciplina che mi ha fatto innamorare della comunicazione e che ancora oggi rappresenta il principale motivo per cui ripongo fede in ciò che faccio ogni giorno.
Non pretendo di riuscire a spiegarvi la semiotica in senso stretto – non basterebbe un articolo intero – ma vorrei solo offrire qualche spunto perché possiate seguire il mio ragionamento.
La semiotica, quale disciplina che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale secondo la definizione di Saussure (1917), offre strumenti preziosi per comprendere la complessità comunicativa dei social media. Umberto Eco la definisce come lo studio della natura e del funzionamento dei segni, mentre Charles Sanders Peirce introduce il concetto di semiosi come relazione triadica tra representamen (segno), interpretante (significato generato) e oggetto (ciò a cui il segno si riferisce).
Una prospettiva teorica particolarmente importante per comprendere che ogni contenuto digitale non è solo un elemento di intrattenimento, ma anche un autentico processo interpretativo che coinvolge il pubblico nell’attribuzione del relativo significato.
I rischi della comunicazione non strategica
Se siete arrivati sino a qua, significa che anche voi desiderate trovare un senso a questo marasma digitale.
Discorso meme e brain rot a parte, mi capita quotidianamente di vedere brand che cavalcano l’onda dell’ultimo trend solo per accaparrarsi qualche like in più
È il caso del noto reel pubblicato dall’azienda Conad di Frosinone, dal titolo “Cassiera bella vs cassiera brutta”, in cui un potenziale cliente, nella scelta tra due casse diverse, evita in maniera scortese una delle due addette per proseguire verso l’altra. Inutile dirvi che la casa madre ha immediatamente chiesto di rimuovere il contenuto. Un esempio concreto di come la carenza di una opportuna riflessione strategica possa trasformarsi in un danno reputazionale significativo.
I social media funzionano come un boomerang: con la giusta strategia possono portare benefici significativi, ma un uso improprio può trasformarli in un’arma a doppio taglio.
Quindi come non uccidere la tua strategia social?
La comunicazione social richiede un approccio metodico che vada oltre l’impulso di seguire trend e mode passeggere.
Al riguardo, fornisco una serie di consigli pratici.
Riflettere prima di agire: ogni contenuto dovrebbe essere valutato in relazione alla strategia complessiva del brand e alla coerenza con i valori aziendali.
Comprendere la natura dei contenuti: analizzare il significato di ogni elemento comunicativo e il messaggio che potrebbe essere trasmesso al pubblico di riferimento.
Integrare i contenuti in una strategia coerente: ogni singolo post dovrebbe essere parte di una narrazione più ampia, che abbia senso, tanto per il brand, quanto per il pubblico.
La sfida contemporanea per i professionisti della comunicazione digitale non consiste nel produrre contenuti rapidamente, ma nello sviluppo di profonde capacità di lettura che permettano di analizzare gli eventuali processi interpretativi al fine di costruire opportune strategie comunicative autentiche e sostenibili nel tempo.
Senza una strategia chiara, senza un significato profondo di quello che si intende comunicare e senza un controllo del processo interpretativo che si attiva ogni volta che si pubblica qualcosa, si rischia di amplificare il rumore di fondo di quella piazza caotica di cui parlavo all’inizio.
E francamente, il mondo digitale ha bisogno di meno rumore e di più significato.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Il buco – Capitolo 2.
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