Questa volta non ti parlerò di strategie particolari, né ti annoierò con consigli su come ottimizzare la tua presenza online. Oggi desidero affrontare un tema più trasversale, più radicato, qualcosa che ci riguarda tutti, indipendentemente dal ruolo che rivestiamo nel mondo digitale.

Ti scrivo con la penna da social media manager, ma anche con lo sguardo di chi consuma e osserva, legge e si interroga. Di chi scrolla, delle volte distrattamente, altre con un peso sullo stomaco difficile da ignorare.

 

La mia esperienza sui social comincia nel 2009, quando a poco più di dieci anni decido di aprire il mio account su Facebook

 

Da lì a breve arriva Instagram, un luogo in cui la narrazione visiva prende forma in modo spontaneo, a tratti ingenuo. Ricordo di averlo già definito “un album digitale”. E in effetti lo era, almeno agli inizi.

Non voglio cadere in nostalgie facili. Già allora certi segnali disturbanti erano presenti, anche se li percepivo come rumori di fondo più che come urgenze sistemiche. Oggi invece tutto sembra amplificato.

Se non replichi l’ultimo trend, sei un boomer, uno all’antica.

Non solo, se non produci contenuti in modo costante, rischi di diventare invisibile. L’urgenza è diventata norma, l’eccezione è il silenzio. E in questo sovraccarico continuo, si sta consumando qualcosa di più profondo: la nostra capacità di desiderare, di scegliere, persino di pensare con lucidità.

 

Il burnout non è più un rischio marginale, ma la diretta conseguenza di un sistema che ci vuole sempre reattivi, aggiornati, connessi.

“Consuma – produci – crepa”

Parole dure estratte dallo sfogo di una creator, che sintetizzano l’essenza di un malessere sempre più diffuso e meno silenzioso. Insomma, non si parla più di un singolo rinoceronte grigio, ma di una vera e propria mandria di rinoceronti grigi.

 

 

 

 

FOMO e burnout

Il termine FOMO (Fear of Missing Out), anzi un acronimo, ha iniziato a farsi strada già nei primi anni 2000. Significa letteralmente la paura di essere tagliati fuori. Da che cosa esattamente? Da una conversazione, da un evento, da una possibilità che sembra valere più della nostra stessa tranquillità. Le sue prime attestazioni in Italia, secondo l’Accademia della Crusca, risalgono al 2011, ma è solo verso la fine dello scorso decennio che questo termine si è sedimentato nell’immaginario comune.

Secondo una ricerca dell’Università di Baylor, circa il 75% degli studenti universitari sperimenta questa forma di ansia. Numeri che parlano chiaro e che mettono in luce un meccanismo profondo: l’essere umano ha un immenso bisogno di sentirsi parte di un gruppo. E se questo bisogno si trasformasse in un’ossessione? Qual è allora il prezzo da pagare per sentirsi accettati? Vale davvero la pena sacrificare il proprio benessere mentale per essere “presenti” ovunque? Quanto di quello che facciamo ogni giorno nasce da un desiderio autentico, e quanto invece è solo una risposta alla paura di essere esclusi?

Sì, perché i social media presentano una duplice natura: da una parte ci permettono di interagire con gli altri, il che è senza dubbio un aspetto positivo, dall’altra ci espongono a più opportunità sociali di quante realmente ne possiamo sfruttare.

 

FOMO = Iperconsumismo = burnout

 

La FOMO si traduce in un iperconsumo, non solo di oggetti, ma di esperienze, informazioni e stimoli. Non è più solo questione di volere il nuovo gadget virale o di sapere sempre tutto su tutto. È l’impulso di voler esserci in ogni luogo, in ogni storia, in ogni conversazione.

Pensa alle esperienze che i social hanno oramai normalizzato pur non essendolo: viaggiare ogni mese, vivere storie d’amore perfette, avere una carriera brillante già a venticinque anni, mantenere un network sociale sempre attivo e stimolante. Tutto questo è diventato la norma visiva, eppure rimane profondamente irreale.

Un sovraccarico di contenuti ed esperienze a cui seguono delle conseguenze radicali: se da un lato il consumatore, sommerso da un flusso continuo di informazioni e immagini perfette, si sente sopraffatto e costantemente “in ritardo”, dall’altro, anche chi produce contenuti finisce per cadere nella trappola della performance continua, sentendosi obbligato a generare sempre qualcosa di nuovo e virale.

Il risultato è lo stesso per entrambi: il burnout.

Una stanchezza mentale ed emotiva che nasce da un sistema che non prevede pause né silenzi, in cui ogni momento di quiete sembra un’occasione mancata.

 

 

 

Verso una generazione più sfuggente

Tuttavia, se la maggior parte degli utenti affannano a partecipare, le nuove generazioni cominciano a reagire in modo apparentemente diverso.
La Gen Z e la Gen Alpha sembrano vivere i social più come un sottofondo che come un vero strumento di espressione, scrollando passivamente per non sentire più che per cercare. Sempre più spesso hanno profili vuoti, senza post, né descrizione.

Parallelamente, si moltiplicano i cosiddetti “finsta”, profili privati usati per condividere contenuti autentici, ironici, disimpegnati. È come se ci fosse un desiderio profondo di esserci, ma in modo selettivo e controllato senza lasciare troppe tracce.

In questo contesto emerge una risposta: la JOMO, Joy of Missing Out. Una sorta di filosofia che invita a ritrovare uno spazio interiore sgombro dal rumore.
Una ribellione contemporanea che si è tradotta in hashtag come #monkmode, diventato virale tra il 2023 e il 2024. Una filosofia che invita a scollegarsi e a concentrarsi su sé stessi. Apparentemente una forma di auto-cura.

Ma anche qui c’è un cortocircuito: se sentiamo il bisogno di raccontare la nostra disconnessione, è davvero tale? Se persino il nostro ritiro spirituale ha bisogno di essere condiviso, è forse solo l’ennesima manifestazione della stessa FOMO che credevamo di combattere?

E così, la domanda torna con forza: dove finisce la nostra volontà, e dove comincia quella degli altri?
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Requiem for a Dream.

 

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