La californiana Ideo è stata probabilmente l’agenzia che ha applicato più radicalmente il Design Thinking, concetto teorizzato per la prima volta da Peter Rowe nel 1987, che in sostanza si fonda sull’idea che chi ha un problema ha anche la chiave per risolverlo. Partendo da questo assunto il Design Thinking è un approccio alla risoluzione di problemi che mette al centro le persone e le loro necessità.

 

Dalla proposta di un innovativo mouse della Apple commissionato da Steve Jobs  nel 1980, al rinnovamento del concetto di carrello della spesa  in soli 6 giorni (in questo video in inglese si può approfondire l’intero processo di sviluppo), il team creativo di Ideo ci ha dimostrato una cosa fondamentale: pensare Design non è un semplice esercizio ma una forma mentis, una modalità di pensiero che può essere applicata non solo ai prodotti ma anche ai processi e allo sviluppo di beni intangibili.

 

Il Design Thinking per cambiare prospettiva

 

Il Design Thinking è l’approccio che utilizziamo per trovare soluzioni ai problemi più comuni dei nostri clienti, perché ci aiuta ad abbracciare prospettive che altrimenti non avremmo mai considerato e ci permette di proporre lavori che fanno davvero la differenza.

Quando un cliente si rivolge a noi solitamente pensa di aver bisogno di un sito per occupare uno spazio virtuale di rappresentanza o pensa di dover avere una presenza nei Social Media per essere trovato da potenziali clienti o di doversi assolutamente dotare di un logo che esprima la sua identità e autorevolezza.
Tutti questi sono finti problemi, poggiati su un errore di base: partire dal mezzo anziché dal fine.

Il problema non è mai il sito, il logo o un canale social media, che sono semplici strumenti, ma la mancanza di una strategia integrata che ne renda sensato l’utilizzo. Gli strumenti infatti, dovrebbero rappresentare l’ultimo tassello di un progetto che serve i propri clienti, che risolve problemi e dubbi alle persone, che guida e abbatte le friction del processo di vendita.
Creare un sito che funziona, scrivere un copy efficace, individuare i giusti messaggi in una strategia di comunicazione sono sicuramente lavori complessi, ma la vera difficoltà è un’altra: mettersi nei panni del potenziale cliente e trovare per lui/lei soluzioni innovative ai problemi più comuni.

 
 
 
 

Le persone prima degli strumenti

Uno degli esercizi più interessanti che propone il Design Thinking si chiama How Might We (Letteralmente: “Come potremmo noi…”) e prevede che un team parta da un brainstorming di domande, che mettono idee in movimento, toccano problemi comuni e banali proponendo risposte spesso inedite e creative. Da questo esercizio nascono catene di soluzioni utili e spunti che si concretizzano in prototipi che verranno poi verificati in step successivi.

Svolgere questo esercizio ci conferma ogni volta una cosa di cui siamo fermamente convinti: se ci focalizzassimo sulle persone e sui loro bisogni e mettessimo in primo piano la funzionalità piuttosto che l’estetica, non solo realizzeremo ecosistemi digitali più efficaci ed efficienti ma vivremmo tutti un mondo migliore (ciao siti della pubblica amministrazione, pensiamo a voi!).

 

Il Design Thinking premia dati e sinergie, non gerarchie

 

Il Design Thinking, che è in sostanza un metodo di problem solving, può essere applicato a qualsiasi area e processo di un’impresa: propone soluzioni e ha un impatto positivo e generativo. D’altro canto, richiede però certi sforzi, tra cui l’annullamento delle gerarchie e l’ascolto di tutte le voci di una filiera produttiva o creativa.
Applicarlo non è stato semplice nemmeno per noi: siamo un team di professionisti con background culturali, formazione, ruoli e competenze molto diversi, ma sforzarci di abbracciare la nostra poliedricità ha sempre pagato. La sinergia di proposte apporta sempre un valore aggiunto all’intero processo creativo.
 
 
Il Design Thinking, permette che idee, proposte e soluzioni che provengono da più sguardi si riuniscano in un prototipo che raggruppa una visione comune.
Questa però è solo la prima parte del lavoro: la seconda mette in primo piano i dati. Soltanto un approccio data-driven infatti, che dia la precedenza ai dati e non alle nostre supposizioni (spesso condizionate da bias cognitivi) può garantire lo sviluppo di processi che funzionano.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Ex Machina.

 

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