La mia attrazione per il mondo del vino è iniziata prima di poter avere l’età per parlarne. Il mio battesimo è stato un po’ come la famosa scena del film Il profumo del mosto selvatico: piedi nudi dentro un tino, sporca e felice all’inverosimile. Uguale, ma senza Keanu Reeves.

 

 

 

 

Lo stereotipo del sommelier

Oggi è di gran moda parlare di vino e non mi voglio aggiungere al coro, c’è già tanta gente che lo fa egregiamente.

Nessuno bene come Albanese, lui è insuperabile! In rete ci sono delle sue interpretazioni esilaranti che, ahimè, non si è allontanano tanto dalla realtà. I “fenomeni del calice”, quelli che hanno dato vita agli stereotipi sulla figura del sommelier, li riconosci subito: hanno sguardo fiero, schiena dritta, e nelle degustazioni trovano nel bicchiere sentori di erbe appartenenti a una biodiversità estinta. Chiariamo una cosa però: il sommelier non è un mago e neanche un cane da tartufo.

Per fortuna c’è anche chi ama il vino in modo più sobrio. Tra i miei preferiti, ma sono tanti, ci sono:

@Porthos, @vinitriplea, @winefolly e, posto del cuore, @mamojavini.

 

 

 

 

Ma allora come si comunica il vino?

Come si trasmettono le emozioni che troveremo dentro il liquido odoroso (cit. S.Sangiorgi)?

Etichetta e retro-etichetta hanno una responsabilità enorme: i colori sono importantissimi per anticipare il contenuto della bottiglia. Un’etichetta con la scritta azzurra o smeraldo, ci fa venire in mente un vino fresco così come le scritte dorate su sfondo amaranto richiamano un vino corposo, da invecchiamento.

 

Il packaging è parte del prodotto e influisce nella decisione di acquisto, perché il vino è prima di tutto emozione, atmosfera, suggestione.

 

E le emozioni come si trasmettono? Il vino va raccontato: non solo con lo storytelling e con le immagini. Molti siti delle cantine mostrano nella homepage delle mani possenti che tengono un grosso grappolo, o foto aeree delle vigne sulle colline, o ancora ritratti di famiglia che testimoniano una cultura vitivinicola che si tramanda da generazioni.

Non basta più. Un consumatore appassionato e consapevole chiede di essere informato, vuol fare parte del processo. I siti devono essere più inclusivi. Chi è il produttore del vino che ho scelto? È anarchico, spigoloso come il suo vino o morbido e piacione? Qual è la sua filosofia? Come si distingue il suo nebbiolo da quello della collina accanto?

Recenti studi hanno messo in luce lo stretto rapporto tra il ciclo produttivo e il contesto paesaggistico. Gli elementi esterni al processo di produzione del vino (naturali, storici, architettonici…) sono determinanti per trasmettere al consumatore il valore percepito. Il contesto geografico influenza la decisione di visitare un’azienda vinicola e la preferenza per un vino. Fattori di crescita e segmentazione del mercato.

 

 

 

 

Un miracolo che si ripete

Senza essere blasfemi, vorrei ricordare che uno dei miracoli di Gesù fu quello di aver trasformato l’acqua in vino (non in Spritz!). Vorrà pur dire qualcosa!

E il miracolo si ripete ancora oggi. Si parla di cultura dell’appagamento immediato, della veloce obsolescenza e dell’attenzione distratta, tutto è molto effimero, ma quello del vino resta un mercato in crescita. Un prodotto che è l’emblema della pazienza, del tempo che scorre lento, del silenzio e dell’ascolto. Elogio dell’olfatto, unico senso non coinvolto nell’era digitale, eppure resiste!

Le percentuali delle vendite durante la pandemia sono cresciute del 45%. Merito ovviamente dei siti di vendita online. Chi non conosce Tannico o WineYou?

Per non parlare poi del mercato legato al turismo (es. strade del vino regionali, percorsi in cantina, degustazione tra i vigneti). Un settore che coinvolge un comparto ben più ampio del binomio vino-turismo: trasporti, ospitalità, ristorazione, artigianato. Inoltre, l’enoturismo può portare alla scoperta di luoghi e piccole aziende familiari solitamente lontane dai circuiti turistici e dalle mete più affollate, soprattutto se pensiamo alla Sardegna.

Non facciamoci trovare impreparati: facciamo squadra. Prima ancora di investire in promozione, varrebbe la pena investire in formazione. Pensiamo alla comunicazione, non si tratta solo di scrivere testi efficaci: dobbiamo saper accogliere, informare, coinvolgere.

Un vino non è solo rosso, come diceva Albanese. C’è tanto lavoro e passione per riuscire a trasformare l’uva in vino e portare quelle emozioni e quei sentori dentro il bicchiere, prepariamoci ora a far sentire i profumi, anche dentro la rete.
 
 
 
A cura di: 

Nicoletta Podda, amo tutto quello che devo ancora imparare. Non amo scegliere. Scegliere è selezionare, e invece io non voglio escludere niente.

 
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Il profumo del mosto selvatico.

 

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