Noi di Dirty Work ci siamo riuniti per i classici auguri di fine anno e per la solita battaglia che ci vede divisi fra team Panettone e team Pandoro. Mentre litigavamo sull’infima presenza dei frutti canditi, abbiamo ripercorso insieme le tappe di questo 2024.
Tra un brindisi e l’altro, ho buttato lì una domanda: “Qual è stato il progetto che vi ha fatto davvero uscire di testa quest’anno?”. Non serviva una risposta seria; era più un invito a raccontare quelle storie che, a distanza di mesi, ci fanno ridere, riflettere o scuotere la testa.
E così è iniziato un giro di racconti, ognuno con il suo stile unico.
Un e-commerce di tutto, per tutti, ad ogni costo
Eugenio, il nostro web developer, ha preso la parola, raccontandoci il suo punto di vista:
Siamo a dicembre, ultimo dei dodici mesi dell’anno, momento in cui possiamo tirare le somme e stabilire se questa volta siamo stati più buoni.
Nonostante una volta abbia scritto un articolo sulla relazione tra web designer e cliente e un’altra volta, invece, un articolo sulla comunicazione tra web designer e cliente e, nonostante in tutt’e due i casi abbia sponsorizzato la mia grande capacità di essere amorevole anche nei momenti più complessi, un progetto in cui sono uscito fuori di testa ce l’ho e riguarda un e-commerce. La difficoltà principale è consistita nello stare dietro alle richieste di un cliente intento ad accaparrarsi tutte, ma proprio tutte, le fette di mercato. Una volontà di accontentare il più vasto dei ventagli di consumatori. Grandi e piccini, alti e bassi, simpatici e antipatici. Per cui giù di offerte personalizzate, di modalità di spedizioni personalizzate, di popup personalizzati, di newsletter personalizzate, di 3×2, 4×6 e 9×3 imperdibili e irripetibili solo per chi chiama adesso… o per chi risponde alla e-mail entro 12 ore dalla ricezione. Adesso, fortunatamente, dopo aver rischiato il ricorso a percorsi psicoterapeutici (e parlo del cliente) tutto è rientrato nella “norma” ovvero con offerte quasi “normali”.
Quel maledetto tone of voice
Quando è stato il mio turno, non ho potuto fare a meno di sorridere.
“Il tone of voice, ragazzi. Non è il progetto che mi ha fatto uscire fuori di testa quest’anno, ma è la cosa che spesso mi fa disperare. Più volte all’anno.”
Ho raccontato delle difficoltà nel definire non solo come un brand deve parlare, ma perché deve parlare in un certo modo. Ho paragonato il processo a quello di creare un personaggio in un romanzo: bisogna scavare nel passato, nei valori e nei conflitti, per arrivare alla voce autentica.
“Essere la voce di qualcun altro è una grande responsabilità. Devi interpretare un’emozione che non è tua, e quando ci riesci è bellissimo. Ma prima, devi uscire fuori di testa. Più volte.”
“Prima di arrivare alla sua voce, bisogna capire il perché della sua voce. E quindi fare un vero e proprio lavoro culturale: razionalizzare ciò che appare confuso; formalizzare ciò che è implicito. Insomma, rendere coerente, sulla base di un sacco di fattori che al momento non starò a spiegare, non solo ciò che dice, ma come lo dice, sulla base di quella che potremmo definire “personalità del brand” o, per i milanesi, brand personality.”
“In tutto questo, non è che la mia personalità cessa di esistere: devo fare i conti con le mie idee, i miei modi di fare e di vivere, sapendo quali sono i limiti, umani e emotivi, che non necessariamente sono quelli del brand per cui sto creando una personalità.
“Essere la voce di qualcun altro è una grande responsabilità.”
“Significa avere la capacità di fare emergere una voce che non ti appartiene, e in effetti la bravura sta proprio in quello: come un attore interpreta un personaggio, il copywriter deve dare voce a un’emozione che non è sua, sebbene sia proprio tramite lui che questo accade. Ed è una cosa bellissima, quando ci riesci. Perché significa che hai fatto bene il tuo lavoro. Però, prima di arrivarci, devi uscire fuori di testa. Più volte”.
Monaci Buddhisti e il mantra F.A.N.C.U.L.O.
Dopo di me entra nel discorso Enzo, l’art director, che fino a quel momento era stato in disparte.
Uscire fuori di testa è un segnale, un sintomo da non sottovalutare. È burnout, il diavolo che si nasconde nel tuo laptop. Ti stringe la gola come un boa constrictor, succhiando via la tua creatività finché non sei un guscio vuoto, uno zombi. Ma chissenefrega tanto l’AI lavorerà al posto tuo…
Non importa quante ore hai passato a perfezionare un design, quanti premi hai vinto, o quante versioni di Illustrator hai installato. Il burnout è come quella macchia sul soffitto che continui a ignorare finché non ti crolla addosso l’intero appartamento. Fa parte del pacchetto e se non lo affronti, divora tutto. Creatività. Crescita. Persino quel briciolo di ambizione che ti fa alzare dal letto al mattino.
Ma siamo in quel periodo dell’anno in cui tutti si mettono a fare i monaci buddhisti e si trasformano in santoni da Instagram. Contano le calorie e promettono di dare un cambio di passo alla propria vita e inizia il gran circo del migliorarsi. Ma io ho una ricetta migliore, una sorta di incantesimo voodoo per sopravvivere all’inferno della positività e soprattutto della routine lavorativa. Si chiama F.A.N.C.U.L.O. Se vuoi approfondire la connessione tra burnout e design ti consiglio di dare un’occhiata a questo sito!
Una dichiarazione d’amore (che ci ha emozionato un po’ tutti)
Se dovessi scegliere un solo progetto che mi ha fatto davvero perdere la testa quest’anno, sarebbe impossibile. Non perché non ce ne siano stati, ma perché ogni progetto, in un modo o nell’altro, ci coinvolge al punto da farci dare più del 100%.
Ogni progetto per noi è un viaggio: prima conosciamo, poi ci immergiamo, finiamo per innamorarci e, infine, lo comunichiamo. Ed è qui che sta il punto. Come puoi comunicare qualcosa che non conosci davvero?
Non ci limitiamo mai alla superficie, andiamo a fondo. Sempre. E, forse, è anche per questo che Dirty è fuori di testa. Fuori dagli schemi, fuori dal comune.
Ricordo bene i primi mesi con voi. Mi ha colpito subito quel modo unico di affrontare il lavoro: scavare nei valori, cercare l’unicità che ogni realtà – piccola o grande – possiede.
Non ci accontentiamo mai di un’analisi SWOT fatta bene, vogliamo sempre qualcosa di più. Strumenti intellettuali, riflessioni filosofiche, dettagli che altri potrebbero ignorare ma che, per noi, fanno davvero la differenza.
Ecco perché non posso scegliere un solo progetto. Sono stati tanti quelli che ci hanno fatto uscire di testa, ma in senso positivo. Ma sapete una cosa? Sono felice di essere uscita di testa. Soprattutto perché l’ho fatto insieme a voi.
Mentre raccontava, i nostri occhi si sono fatti a cuoricino. Martina è entrata a lavorare con noi quest’anno, ma è come se ci avesse scelto lei. Su una cosa ha sicuramente ragione: noi, di base, come condizione implicita per lavorare insieme dobbiamo essere fuori le righe.
Fuori di testa, sempre e comunque
Quando abbiamo finito il giro, ci siamo ritrovati a riflettere su quanto il nostro lavoro ci porti al limite, ma sempre in modo positivo. Il più delle volte.
“Uscire di testa è il nostro modo di fare le cose,” ha detto Martina, sintetizzando il pensiero di tutti.
Abbiamo alzato i bicchieri per un ultimo brindisi, con la consapevolezza che, nonostante le difficoltà, ogni progetto ci aveva lasciato qualcosa di unico. E, forse, proprio per questo ci troviamo ogni anno a ripetere lo stesso rituale, con lo stesso entusiasmo.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Renfield.
Sono lontani i tempi in cui in bagno si leggevano le etichette degli shampoo…

