Rieccomi qua! Il mio solito report di viaggio che di tanto in tanto arricchisce il blog firmato Dirty Work. Il lavoro questa volta mi porta a un rientro in Italia. Un itinerario nostrano che mi allontana temporaneamente da mete un po’ più esotiche. Mi trovo in Sicilia. Prima tappa: Gela, che a dispetto del nome che porta, fa un caldo incredibile. Siamo alla fine di agosto, principio di settembre. Mi trovo lì per seguire alcune vicende promozionali. Il contesto in cui mi trovo a operare è peculiare. I fornitori con cui ho a che fare mi fanno accedere a un mondo suggestivo che spazia tra le novelle pirandelliane e i film di Ciprì e Maresco.

 

Un tipo di professionalità alle volte grottesca ma dove una stretta di mano sembra avere ancora molto valore

 

In ogni caso, il lavoro si porta sempre a termine. Riesco anche a ritagliarmi del tempo per fare un salto in spiaggia. Potremmo dire che Gela sembri una piccola Taranto con le sue raffinerie che restituiscono una aria quasi sempre poco rarefatta oppure una Pesaro in scala ridotta con i suoi stabilimenti balneari, il suo lungomare, i suoi locali. Proprio per questo faccio qualche chilometro in più alla ricerca di una spiaggia finalmente libera. Libera dal frastuono dei tormentoni musicali e dai balli di gruppo. Dalle distrazioni che assopiscono una mia potenziale connessione col mare e la sua naturalezza. Tra una meditazione in riva al mare e un Gin Tonic con lo zenzero, porto a termine il mio mandato.

 

 

 

 

Dopo qualche giorno, un po’ scombussolato, mi sposto nel cuore dell’Isola.

La provincia è quella di Enna, lontano da tutte le belle suggestioni provenienti dai messaggi turistico-pubblicitari di luoghi paradisiaci, mari cristallini e allegoriche tradizioni popolari. Niente carretto siciliano, niente arancini/e e niente feste patronali per me. Solo aperta campagna. Devo fare diversi chilometri tra varie piantumazioni ed ettari di terreno per capire come raccontare al mondo intero (o perlomeno alla parte interessata) metodi alternativi di produzione agricola. Ho preso in affitto una casetta di campagna molto isolata che in realtà e un fabbricato rurale adibito ad abitazione. Quattro pareti e un soffitto che mi garantiscono protezione per la notte. L’acqua è quella del pozzo, un po’ ferrosa, molto calcarea ma decido di usarla lo stesso per lavare i panni a mano. Quella per cucinare la vado a prendere in un altro pozzo un po’ più distante perché lì mi hanno detto che è potabile e si può bere. Vi garantisco, non vivo tutto questo come un ritorno alle origini! Piuttosto lo vivo semplicemente per quello che è: se voglio acqua buona devo camminare. Di tanto in tanto faccio un salto nel paese vicino, Leonforte, per fare un po’ di spesa.

 

La regressione sino a procurarsi cibo con arco e frecce è in atto anche se ancora lontana

 

Eppure, di selvaggina ce n’è abbastanza: ogni tanto vedo qualche lepre, tuttavia, le mie capacità di arciere sono ancora un work in progress. Grande è il mio stupore nel vedere la poiana, che ha il nido giusto sulla collina dietro la casetta, mentre scende in picchiata per ghermire il suo pasto giornaliero. Perché non sono una poiana? E mentre mi interrogo sulla mia condizione umana, esco in giardino a fare un po’ di esercizi tipo consumare il caffè o fumare una sigaretta. Sono le 6.30. Ci si alza presto perché ci si corica presto. La campagna ha abitanti mattinieri che sembra vogliano far sapere al mondo intero che anche oggi il Sole è spuntato e che essi stessi sono vivi. Un’antica, meravigliosa celebrazione della quotidianità.

Sbrigata la pratica caffè/sigaretta sono pronto per un nuovo inizio. Alcune volte si nasconde (il Sole intendo) tra le nubi che minacciano di piangere a dirotto intercettando il mio sogno di rimettermi in viaggio. Perché per più di un mese, nello stesso posto, non riesco a stare.

 

 

 

Non ho ancora trovato il luogo in cui mi piace stare.

Oddio, la Sicilia è bella con le sue Madonne, i suoi altarini, le foto dei morti fondatori nelle macellerie, i rosari e le feste patronali, i centri commerciali e la musica disco ad alto volume che fuoriesce da finestrini di auto che sembrano il bracciolo di un divano. Il patrimonio architettonico veramente antico ci ricorda che di lì son passati in molti nel corso dei secoli.

E così anche io passo di qui e lascio il mio segno che però non sembra essere così definito e solido quanto una statua o un mosaico o un tempio greco. Purtroppo, o per fortuna, la mia artigianalità riferisce a un mondo così rapido ed effimero che basta un semplice restyling di un logo, di un sito web o di un packaging per farla svanire per sempre, nel cimitero delle cose dimenticate.

L’ultima tappa di questa esperienza mi porterà a Palermo dove è in atto un Festival di teatro, musica e danza e per il quale ho confezionato un sito web. Ma questo ancora non ve lo posso raccontare perché deve ancora succedere. Quello che posso dirvi, mentre scrivo questo post dal tavolino di un bar della stazione di un paese che si chiama Dittaino è che ogni giorno è un giorno nuovo, che la routine alla lunga ammazza e che c’è più gusto nel mangiare i fichi d’India se sei proprio tu a riempirti di spine nel tentativo di raccoglierli.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Sopravvissuto – The Martian.

 

Questo tema lo svisceriamo in questi articoli

la mia esperienza da nomade digitale
 

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