Rieccomi qui! Il luogo dal quale ti sto scrivendo in questo momento è la cabina di una nave diretta in terra straniera. Non ti dirò dove sto andando. In questo articolo non lo sento come rilevante e, se proseguirai nella lettura, ne capirai il perché. Posso però rivelarti alcuni dettagli. Molliamo gli ormeggi alle ore 23. Prendo possesso della cabina, la numero 8181 (dovrò cercare il significato angelico di questo numero), il tempo di una doccia e mi ritrovo al bar del ponte a consumare qualche sigaretta e a bere birra mentre provo a leggere due pagine di un libro che mi fa compagnia.

Terminata la pratica, intorno all’una del mattino rientro e ora finalmente posso distendere le gambe stanche. Sento il sangue che circola liberamente raggiungendo tutte le estremità del mio corpo. Sono esausto. Fisicamente e mentalmente. Per raggiungere il porto nel quale mi sono imbarcato, ho sostenuto un viaggio in auto di circa 8 ore.

 

La Salerno-Reggio Calabria non è poi così male

 

Dà il meglio di sé quando attraversi la Basilicata: montagne e tanto verde perlopiù incontaminato. Se ci fai caso potrai notare che esistono dei tratti dal quale non vedi nessuna costruzione o abitazione ed è una rarità di questi tempi. Arrivo in ampio anticipo e resto in attesa dell’imbarco. E ora sono qui. Come un lupo nella sua tana, non solo ma solitario. In questo preciso istante, ovvero nel mezzo del cammino, sento come se stessi compiendo due viaggi: uno fisico, concreto e tangibile e un altro “animico” (non riesco a trovare altre parole). Lo spostamento del mio corpo nello spazio da un punto all’altro e lo spostamento del mio cuore da un luogo dell’anima a un altro.

 

 

 

 

Ti sembra che mi stia arrampicando sugli specchi per poter scrivere qualcosa di profondo?

In fondo in fondo potrebbe essere così. La verità è che parto perché, seppur fossi voluto restare, ho deciso di non restare. Parto perché il mio cuore si è rotto (Uff! Quanta banalità). E il mio corpo, assecondato dal mio intelletto spiazzato, si muove. Il mio cuore invece, ancorato, cerca di raggiungermi (da qui l’idea del doppio viaggio). A volte sento che mi spinge… o mi sospinge. A volte non lo sento ovvero sento che deve ancora ricongiungersi a me. Parto perché è giusto così e, fondamentalmente, il mio cuore lo sa. Solo che questa volta sembra non lo voglia accettare. Non mi faccio problemi a cambiare aria di tanto in tanto (forse spesso). Ma ora è diverso. Adesso è il cuore rotto che urla disperatamente. Che fa sentire il suo dolore.

É il cuore infranto da una relazione per niente costruttiva: un ego demolito, una personalità dichiarata discutibile, un’integrità non riconosciuta, un malessere psico-fisico che batte incessantemente nel centro del petto e appesantisce la respirazione. Troppa roba per un animo sensibile. Troppa tempesta per un sistema nervoso messo a dura prova. Troppa insensatezza per una “sensata” ricerca di equilibrio.

E la mente mi dice di partire. Reduce da una non proprio felice esperienza in Sardegna che si è conclusa con il mio ritorno in Calabria. “Me ne torno da mia madre!!! E – Sbamm!!! – il rumore sordo della porta che sbatte alle mie spalle.

Ti garantisco che i miei ultimi sette mesi di vita non li auguro a nessuno. In breve, un’esperienza, l’ennesima, da cui trarre insegnamento.

 

 

 

 

Ritorno in Calabria da mia madre.

Ed è contenta che io torni. Io un po’ meno. Sono andato via di casa appena dopo il diploma (sempre dopo uno Sbamm!) con l’idea tanto forte quanto illusoria di non tornare mai più. Ho sempre giudicato il suo atteggiamento come iper-apprensivo e con un deciso attaccamento a schemi mentali consolidati. Incapace di cambiare idea o, semplicemente, di ascoltare. Così tanto non ha voluto ascoltare nella sua vita che adesso è anche un po’ sorda e devo ripeterle le cose più volte. Ti garantisco che è fastidioso. In questo mio breve soggiorno calabrese non ho scoperto nulla di nuovo. Mia madre è sempre uguale. La città è sempre uguale. La gente è sempre uguale. Una piattezza che non riesco a sopportare per più di tre o quattro giorni. Saluti alla signora e via. Rieccomi di nuovo in movimento.

 

 

 

Ti scrivo adesso dalla cabina di una nave che mi porterà “Altrove”

Prima di accendere il computer per la stesura di questo breve racconto vado in bagno per il rito quotidiano del lavaggio dei denti. Nel trambusto della preparazione del viaggio, mi ricordo di aver malauguratamente dimenticato di comprare il dentifricio prima della partenza. (Ouch!) Apro il beauty-case sconfortato e, come per magia, trovo un tubetto di dentifricio. “Wow, e tu?” E il mio pensiero va subito a lei. Proprio alla donna di cui ti ho appena parlato: mia madre. All’unica persona che incondizionatamente (?) è in grado di amarmi. L’unica persona che vorrebbe che stessi lì con lei fino alla fine dei suoi giorni (o dei miei) ma che, fondamentalmente, è felice se riesco a farmi la mia vita. La persona che in silenzio, senza fuochi d’artificio, manifesta sempre la sua presenza. La madre che ha pensato che per il viaggio del suo amato figlio, un tubetto di dentifricio può sempre tornare utile. Forse il mio cuore, affranto, lento e silenzioso, mi sta finalmente raggiungendo.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Vita di Pi.

 

Segui il flow

la mia esperienza da nomade digitale in Sicilia

LASCIA UN COMMENTO