Qualche tempo fa, in preda a un’euforica tormenta trascendentale, ho deciso di “farmi calcolare” la mappa numerologica, ovvero quel misterioso strumento in grado di svelare il potenziale, il talento innato, attraverso i numeri che derivano dal nome e dalla data di nascita. In soldoni dovrebbe essere così. Sicuramente non sarò certo io a districare per voi un tema così complesso.

Il risultato finale, e vado diretto al succo, fu che partendo dall’archetipo del guerriero, solitario, cacciatore, sono destinato in questa vita ad aprirmi alla collettività. L’immagine del cowboy nella prateria, del pastore che si dedica alla transumanza in compagnia del suo flauto ricavato da una canna, dell’eremita sulla montagna, della tigre in caccia, dell’aquila reale, dell’ornitorinco, della lontra, del panda gigante o qualsivoglia altro animale solitario che Gemini mi possa suggerire, scompare per lasciare spazio a un’altra possibilità a me sconosciuta: la comunità. Wow! Parola dal sapore alquanto hippie. Mi piace!
Per cui dicevo… in questa vita, a partire da una matrice conosciuta (ovvero sviluppatasi attraverso le esperienze vissute in vite precedenti – questo è il senso della mappa numerologica) dove so già come vivere solo e procurarmi le risorse per il mio sostentamento, adesso devo convertirmi in formica, ape, gnu, scimpanzé, elefante indiano, bufalo, uccello tessitore, pinguino o delfino. Mi piacerebbe continuare però sembra che anche Gemini abbia terminato le opzioni. Metto da parte l’influenza del compianto Piero Angela e ti racconto il perché di questo incipit a partire da una domanda: cosa succederebbe, secondo te, se ogni scintilla creativa, ogni dettaglio esecutivo, ogni compito amministrativo dovesse necessariamente passare attraverso un unico collo di bottiglia?

 

 

 

 

Accentramento = inefficienza: il collo di bottiglia della produttività

Se sei il direttore di un’agenzia creativa ambiziosa, la risposta è semplice e piena di parole antipatiche come stagnazione, soffocamento della creatività, mancanza di nuove prospettive, calo della produttività e così via.

Immagina adesso che sei il leader di un gruppo e vuoi essere presente in tutte le fasi della lavorazione. In altre parole, vuoi mettere bocca dappertutto. Il risultato sarebbe la sovrapproduzione di fastidioso malumore presso i tuoi collaboratori, i quali inizierebbero inevitabilmente a sentirsi sottoutilizzati. Si genererebbe in loro un senso di impotenza e di frustrazione destinato a crescere a dismisura, proprio come la spazzatura presente nel Dio del fiume de La città incantata di Miyazaki. Tutto questo si convertirebbe in breve in un atteggiamento di totale disimpegno e i tuoi collaboratori potrebbero arrivare a “odiarti”.

Per non parlare del notevole rallentamento dei processi lavorativi. La necessità che ogni compito passi attraverso poche mani porta inevitabilmente a rallentamenti nelle consegne, frustrando i clienti e mettendo a rischio la reputazione dell’agenzia. E ancora, avresti sempre meno tempo ed energia mentale per concentrarti sulla visione strategica e sull’esplorazione di nuove idee.

Perderesti la possibilità di entrare i contatto con i differenti background (ogni persona ne ha uno e del tutto personale). Infine, in assenza di pensiero critico, incorreresti fatalmente (e noiosamente) in una perdita di originalità.

Non ti resta adesso che avviarti verso la porta di ingresso della tua agenzia per apporvi tristemente il cartello con su scritto: “Chiuso per fallimento”. E con esso vedere andar via tutti i sogni e le speranze, il desiderio di lavorare in un ambito così figo come quello della comunicazione creativa. Ovviamente tutto questo non è vero. Cioè, non è vero solo per le agenzie creative bensì è vero per tutti i tipi di impresa.

 

 

 

 

Delegare non è cedere potere, ma moltiplicare impatto

Come suggerisce Liz Wiseman in Multipliers, un buon leader non è colui che prende tutte le decisioni, ma chi sa liberare il potenziale degli altri. Delegare non è perdere il controllo, ma creare uno spazio in cui il talento può esprimersi.

L’arte della delega all’interno di un gruppo di lavoro (o di una comunità) rappresenta una competenza cruciale, un vero e proprio investimento nel potenziale collettivo.

Stai iniziando a pregustare la possibilità di mollare l’intera attività ai tuoi sottoposti per trasferirti a Fuerteventura? Fermo lì e concedimi la tua attenzione ancora per qualche minuto.

Devi sapere, e sicuramente già lo saprai, che la delega riferisce solo ad alcuni ambiti operativi come le cosiddette attività standardizzate ovvero quelle attività che seguono procedure definite e non richiedono un elevato livello di specializzazione strategica.

Oppure alla fase iniziale di ricerca e organizzazione delle informazioni, analisi dei competitor, ricerca di spunti creativi. O ancora, progetti con obiettivi chiari e scadenze definite. Compiti amministrativi, logistici e di segreteria che ti diano la possibilità di dedicarti a ruoli più creativi e strategici.

Di sicuro diventa rischioso delegare la direzione strategica dell’agenzia o le decisioni da prendere a un livello più alto. La gestione dei rapporti con i clienti chiave soprattutto nelle negoziazioni cruciali. La responsabilità di mantenere e promuovere i valori dell’agenzia oppure tutte quelle scelte che potrebbero avere un impatto finanziario o reputazionale rilevante. Il rischio, se non si fa attenzione, è di ritrovarsi con tutte le “scimmie” sulle spalle – come le chiama Ken Blanchard ovvero i compiti che gli altri dovrebbero gestire in autonomia e che invece ti saltano addosso, uno dopo l’altro, prosciugando energie preziose.

Per cui togliti i bermuda e rimettiti il vestito del lunedì. Si rientra in ufficio. Questa volta magari con un senso di leggerezza e una consapevolezza maggiori.

Alla fine, Fuerteventura è un bel posto ma, alla lunga, finisce sempre che ti rompi le scatole.

 

 

 

 

Come decidere cosa delegare? A chi delegare? Perché?

Vi sono diversi fattori che influenzano il livello di delega. Tra questi, la competenza del team di cui disponi. Tale livello determina la misura della complessità dei compiti da delegare.

 

Diventa importante la fiducia e la condivisione degli obiettivi

 

Ovviamente il livello di delega può dipendere anche dalla propensione al rischio del leader. Resta ferma la regola che non bisogna delegare tutto ma delegare in modo intelligente e strategico attraverso una conoscenza profonda dei potenziali presenti all’interno del tuo team.

Solo così potrai sentirti libero di dedicare le tue energie ad attività di maggiore valore e non parlo dello Spritz bevuto sulla spiaggia (il cui valore è oltremodo inestimabile) ma di attività di maggiore valore dal punto di vista della gestione aziendale. In fin dei conti, delegare significa creare un ambiente di lavoro più sereno e armonioso, dove ognuno si sente valorizzato e responsabile. È un atto di cura verso il tuo team e verso te stesso.

L’arte della delega non è un atto di resa! È un investimento nel futuro della tua agenzia e, soprattutto, nel potenziale di ogni suo membro. Può sembrare un salto nel vuoto all’inizio, tuttavia, non è così: si tratta di allentare un po’ la presa e di essere sempre lì, pronto a intervenire se necessario.
Il consiglio che sorge direttamente dalla mia mappa numerologica, e lo condivido con te ma lo ripeto ad alta voce a me stesso per poterlo memorizzare al meglio, è quello di permettere a questa pratica di fiorire nella tua agenzia (comunità). Solo così vedrai fiorire anche la creatività, la produttività e, soprattutto, la soddisfazione di tutti i tuoi compagni di viaggio.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Invictus.

 

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