Oggi, come ogni anno in questo periodo, mi trovo in Sicilia. Non nella Sicilia barocca catanese o palermitana, bensì nella realtà rurale del territorio ennese e, più in particolare, nella gialla e assolata valle del Dittaino. Mi occupo di comunicazione per conto di un consorzio di produttori agricoli per cui il mio contatto con la realtà locale diventa totale.
Nei mesi che non coinvolgono la produzione giriamo tra le fiere nazionali e internazionali nelle quali ci troviamo spesso a stringere accordi commerciali e, come aspiranti Marco Polo, andiamo anche alla ricerca di idee e di conoscenza. Ma nel periodo della produzione tutto si ferma.
Il percorso in uscita è garantito forse e solo ai camion che vengono a ritirare il prodotto per conto della GDO ovvero la Grande Distribuzione Organizzata ovvero la rete di supermercati che costella l’intera penisola italiana. Centralini infuocati da chiamate di acquirenti che cercano di tirare il più possibile sul prezzo il cui accordo si gioca sino all’ultimo centesimo, camionisti strafatti di caffè o Red Bull, operai urlanti e stanchi, dalle pance gonfie di birra che non hanno nulla da invidiare agli abbrutiti senza via d’uscita nello scannatoio di Émile Zola.
E se mi guardo allo specchio, mi rendo conto che in questo periodo mi lascio andare un po’ anche io.
Apro una piccola parentesi.
La comunicazione tra le parti è garantita dall’utilizzo di un codice comune, concordato e consolidato ormai nei secoli: il dialetto siciliano, colmo di intenzioni, intese, intendimenti e senza dubbio privo di fraintendimenti.
Come ogni dialetto che si rispetti, anche se molto figurato e colorito, è diretto e non lascia molto spazio all’interpretazione
Tutto si gioca sull’ultimo turno dialogico: quella piccola porzione di tempo e spazio che sancisce il termine dello scambio di opinioni e che determina il vincitore.
Eh si! Perché ogni dialogo qui si trasforma in un campo di battaglia o perlomeno in una scacchiera dove, come nelle canzoni popolari, esistono frasi preconfezionate e utilizzabili alla bisogna. Tuttavia, per capire quello che sto dicendo bisogna semplicemente viverlo.
Chiudo la parentesi.
In paese tutto si ferma
Le energie sono totalmente indirizzate verso il raccolto. Orde di paesani si riversano nei campi per “travagghiari”, verbo molto inflazionato e soprattutto molto ricercato da queste parti, dove il lavoro tende a scarseggiare. Diventano due mesi sulle cui spalle pesa l’economia di tutte le famiglie.
Tutto si ferma. Aspettiamo il responso degli agricoltori che, su moderni carretti (van e furgoni) rientrano in paese. Il vecchio orologio sulla torre del campanile suona il tempo che passa tra gli sguardi fiduciosi dei bambini, troppo giovani per lavorare, e degli anziani che, sulle panchine della piazza, godono del meritato riposo dopo una vita di fatiche.
Quest’anno il prodotto c’è ed è abbondante! Si può festeggiare.
Si dia inizio alla Sagra
Apro un’altra parentesi.
Prendendo in considerazione le dichiarazioni impresse sulla Treccani, il termine Sagra deriva da Sacra che altro non è che “la celebrazione religiosa in occasione della consacrazione di una chiesa, di un altare o di una immagine religiosa”. Nel tempo l’uso di questo termine si è esteso anche alle feste popolari che celebrano il raccolto. Il solito, inevitabile passaggio dal sacro al profano. Fa parte della natura dionisiaca, istintuale dell’essere umano.
Richiudo la parentesi.
Anche se modificatasi nel tempo, seguendo oggi una vocazione turistico-commerciale, la Sagra resta comunque un momento di celebrazione locale e popolare, espressione della cultura e della tradizione culinaria del nostro paese.
Il modo più partecipato per celebrare l’identità del luogo
Questo accade anche qui, a Leonforte, nel cuore della Sicilia, dove le signore preparano le torte a base di marmellata di Pesche di Leonforte IGP e gli uomini impastano le cosiddette Cuddure di San Giuseppe, pani legati alla devozione che prendono la forma di vere e proprie sculture. E poi la sfilata coi costumi dell’epoca del principe Branciforte e i bambini incantati di fronte alla bancarella del “Turrunaro”. Attendiamo solo il sindaco del paese che, al braccio della sua signora, sfilerà per il corso del paese, tronfio della buona riuscita dell’evento.
Questo è quello che più o meno è successo in questi giorni in questi luoghi, romanzo e realtà al contempo, sicuramente pregno di una buona dose di retorica.
Spostandoci su tutto lo stivale, posso dire che, ogni anno le varie Pro Loco, amministrazioni comunali e altre associazioni di produttori disseminate sul territorio organizzano decine di migliaia di sagre per quasi 50 milioni di visitatori. Si tratta di un business florido in grado di produrre un indotto di circa 2 miliardi di euro. In alcuni casi, si tratta di prodotti che sono stati in grado negli anni di assumere un carattere sempre più Glocal partendo da una dimensione local per poi arrivare a sfruttare le opportunità offerte dai processi tipici della globalizzazione. Si pensi al Gorgonzola o altre tipicità italiane diffuse nel mondo.
Apro un’ultima parentesi.
A tutela di queste tipicità esistono le certificazioni rilasciate dal Ministero delle politiche agricole e da un’apposita commissione dell’Unione Europea. Sto parlando dei marchi IGP, DOC, DOP, DOCG, IGT il cui obiettivo è quello di tutelare e dare un sostegno ai sistemi produttivi e all’economia dei territori sancendo un legame indissolubile con il luogo di origine per il quale si determina lo sviluppo di un’intera comunità.
Chiudo, infine, anche quest’ultima parentesi.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Arancia meccanica.
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