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Recita un antico mantra di qualche settimana fa: “Nel momento in cui condividiamo un nostro prodotto online, esso diventa parte di un cervello galattico che opera in tempo reale a una velocità e su una scala senza precedenti”.

Wow! Che ansia. Se ho ben capito, quello che scrivo, posto, pubblico, taggo, registro, instagrammo (questa parola esiste realmente) verrà sparato nell’iperspazio alla velocità della luce e sarà letto da milioni di persone che… ehm… aspetta un attimo!!!

 

 

La velocità con la quale internet dimentica tutto è direttamente proporzionale alla velocità con la quale spara nell’iperspazio i miei contenuti

 

 

Pur sapendo che quello che pubblichi rimarrà lì fino alla notte dei tempi (o perlomeno fintantoché lo spazio su server ce lo consentirà).

Siamo in tanti ormai a vivere gran parte della nostra esistenza in rete, tra canali social, e-mail, Youtube, Netflix, Spotify, Whatsapp, Telegram, shopping, lavoro, cazzeggio e chi più ne ha più ne metta. Alle volte riesco ad avere la sensazione che la vita in internet corrisponda alla vita stessa. E non possiamo negare che molto tempo lo trascorriamo lì, nella rete, a volte anche come pesciolini incapaci di liberarci perché è vero che internet, come una qualsiasi droga pesante, può creare dipendenza e, come recita una pubblicità progresso degli anni ’90, può spegnerti.

 

 

 

 

La morte dell’autenticità

Mettiamo da parte l’Internet Addiction e concentriamoci invece sul grande potenziale di questo mezzo di comunicazione, così democratico da permetterci di manifestarci, nel bene o nel male e in qualsiasi momento della giornata, in tempo reale e in ogni sfaccettatura della nostra personalità.

Sembra una cosa positiva. L’apoteosi dell’Io sono (o dell’Io ci sono, sono qui, ora e, da questo momento, per sempre). La morte del broadcasting in mano a pochi eletti. Non più da uno a molti bensì da molti a molti. Tutti possono avere un canale YouTube o un podcast in Spotify.  E se lo fai bene riesci a trasformarlo in lavoro. E tutti gli altri? Giù con foto di gattini e video di scivoloni sulla neve e teste che sbattono sugli stipiti o altalene che si ribaltano.

La cultura ma soprattutto la tecnologia contemporanea ci dà una mano! Se pensi per un attimo alla miriade di contenuti riversati ogni giorno dalla gente nei canali social. Milioni di pubblicazioni. In effetti, oggi chiunque ha la facoltà di pubblicare online un video, anche se in possesso di uno Xiaomi del 2019 che gli permetta di girare un video in hd. L’ormai obsoleto 1280×720 di fronte a un ben più attuale 4k…o erano 5? Oppure di scattare una foto a una risoluzione relativamente adeguata e così via.

 

 

 

 

La scelta tra autenticità e fluidità dell’identità

Decine di migliaia foto di quanto siamo belli e contenti oggi e per sempre, tutti i giorni con un sorriso. Anche se sono triste. Questo introduce, ahimè, un’altra questione di cui si parla o si è parlato tanto (ma credo non abbastanza), ovvero quella della morte dell’autenticità. Delle molteplici identità che possiamo assumere di fronte a una telecamerina posta sul retro di uno smartphone.

E se in passato questa nostra identità ci accompagnava ovunque, con qualche raro smottamento critico (da crisi), oggi creiamo sempre diverse versioni di noi stessi chiedendoci, come analisti di mercato, se tale versione di noi stia andando bene o meno. Alle volte ho la sensazione che si moltiplichino le possibilità di sviluppare una psicopatologia. In verità, l’idea di un’identità un po’ più fluida e in comunicazione con l’ambiente circostante mi alletta molto di più di un’identità rigida e impegnata costantemente nel mantenimento di uno status predefinito, di un sé unico e statico.

Questi sono i tempi. O no?

Beh! Se togliamo le motivazioni prettamente lavorative, il quesito che possiamo porci è: perché creo incessantemente, costantemente, quotidianamente contenuti per il web? Per rispondere alla mia sempre più crescente domanda di Mi piace o di visualizzazioni? Oppure per creare solo per il gusto di farlo? Magari portando avanti una mia poetica? Per alcuni è così. E non sto parlando necessariamente di artisti o affini. Alle volte pubblichiamo foto di paesaggi, tramonti, vallate, montagne, pianure giusto per il piacere di condividere con i nostri amici la bellezza di quel momento. Oppure la foto di me felice con la birra in mano, alla grigliata della domenica. Apoteosi della manifestazione, forse a scapito dell’autenticità quando mi focalizzo sui Mi piace generati.

Un giovane artista newyorkese diceva più o meno così: “È possibile che solo conservando un’identità fluida e tralasciando l’utopica ricerca di autenticità, solo allora possiamo iniziare a sentirci liberi di raccontare storie, le nostre storie, le storie delle nostre molteplici identità”.

Per cui rassegniamoci se crediamo di essere custodi della verità manifesta a tutti i costi.

Come ho detto, questi sono i tempi. Discorso differente se la presenza online diventa un lavoro, una fonte di guadagno.

 

 

 

 

La presenza online come lavoro

Oggi internet è quasi totalmente finanziarizzato.

Ogni giorno, diventa sempre più comune per l’utente medio (cioè, per l’essere mediamente umano) diventare un abbonato a pagamento su Spotify o Canva, dare una mancia a qualcuno su Twitch o OnlyFans o pagare per una fotografia, una melodia o un altro download digitale.

Fino a poco tempo fa, radio, televisione, editori ed etichette discografiche potevano contare su un pubblico molto ampio. Essere ingaggiati e messi in evidenza ha aiutato molti artisti a essere scoperti dal pubblico. Ma adesso questa logica è invertita. É scaduto il tempo degli intermediari prezzolati. Sono gli algoritmi a decidere chi può vedere cosa.

 

 

Per arrivare ovunque, devi riuscire a crearti un pubblico

 

 

Le leggi della Rete che disciplinano il rapporto tra te e il tuo pubblico, sono ottimizzate per il consumo. La regola suprema diventa spingere quella cosa che ha funzionato bene per ottenere sempre più interazioni.

Quel personaggio su Instagram che imita gli influencer più famosi? Il suo pubblico non vuole che cambi.

Ma se ingaggiare un follower è la parte facile, difficile è attrarre e dirigere le persone all’interno del tuo marketing funnel e creare un pubblico di riferimento che capisca realmente chi sei e cosa fai.

Una volta che lo avrai fatto, sarà lo stesso pubblico a rendersi conto del valore finanziario del tuo lavoro. Il tuo pubblico saprà che più guarderà i tuoi video, più soldi guadagnerai e più potrai spendere per rendere il prossimo video ancora più spettacolare. Ciò che viene chiamato “Audience Commodity”.

In altre parole, oggi creare contenuti online gratuitamente è contrario alla logica della Rete. E non credete a chi dice il contrario. Alcuni già sapranno quante minacce si possono nascondere dietro l’annunciazione di un “webinar gratuito cliccando qui!!!”

Puoi continuare a essere travolto dal consumo di contenuti! Oppure, in questo nuovo scenario, puoi perderti nella loro creazione e farti anche pagare per questo.

A te la scelta.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM La pelle che abito.

 

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