La propaganda è una forma di persuasione psicologica volta a minare le convinzioni e gli atteggiamenti delle persone. Un esempio di persuasione psicologica lo troviamo nell’industria pubblicitaria che seduce il consumatore invogliandolo ad acquistare un prodotto e inserirlo nella propria routine quotidiana. Questa tecnica manipolatoria è il caposaldo nella comunicazione di guerra. Il consumatore è l’opinione pubblica nazionale, la comunità internazionale, il popolo nemico. In gioco c’è il consenso e la coesione nazionale.

Hitler e Goebbels non hanno inventato proprio nulla. Le radici della propaganda affondano nel 1600 quando la Chiesa Cattolica era impegnata a screditare gli insegnamenti protestanti. Nel corso della nostra storia le nazioni hanno capito il valore della comunicazione in tempo di guerra. Già a inizio carriera, Hitler aveva dimostrato la grande importanza che vedeva nel controllo della stampa. Nel 1920 acquisì il giornale di Monaco, il Völkischer Beobachter, e la sua casa editrice, la Eher Verlag.

 

La propaganda si nutre dei pregiudizi e alimenta gli stereotipi delle persone

 

È un’esperienza totalizzante. Il nemico è uno solo e le sue connotazioni come persona vengono azzerate. La figura percepita è quella di un’identità collettiva, demonizzata e stereotipata attorno a slogan e preconcetti. Equazioni come Stati arabi e terrorismo, sono rappresentazioni semplificate della realtà. Sono l’esempio della paranoia dell’Occidente buono che catalizza la paura della sua gente.

 

 

 

 

La storia della propaganda

Durante la guerra la scienza trova terreno fertile per sperimentare nuove frontiere, ma anche i media fanno altrettanto. Le innovazioni tecnologiche nelle comunicazioni hanno esasperato la dialettica del conflitto.

Pensa alla nuova dimensione introdotta dal telegrafo elettrico. Nel 1837 Samuel Morse azzerò le distanze.  Il suo codice codificava le lettere dell’alfabeto in sequenze di impulsi sotto forma di punti e linee. Si apriva così una finestra sul conflitto o almeno su ciò che le autorità erano disposte a divulgare. Era nata la nuova figura del corrispondente di guerra.

Le due Guerre Mondiali misero la comunicazione al centro della propaganda portando ad un escalation dell’importanza dei media al pari di quella degli stessi conflitti. I film di guerra rappresentavano uno spaccato eroico e artificioso del paese per vendere le imprese belliche al popolo analfabeta. La Germania nazista con il suo Ministero della propaganda e della formazione del popolo identificò poi nella radio un potente alleato. Uno strumento capace di polarizzare l’attenzione del popolo azzerando tempo e distanza.

 

 

Nonostante la pressione dei regimi totalitari in Europa, Radio Londra rappresentò un baluardo di libertà. I suoi programmi da una parte furono lo strumento di propaganda del governo britannico e dall’altra un supporto morale per gli italiani, un pubblico variegato di uomini e donne comuni, soldati, operai, ex fascisti, e intellettuali. Tutti coloro che avevano bisogno di ascoltare una voce fuori dal coro.

 

 

 

 

La vera svolta della comunicazione con la guerra in Vietnam

Negli Stati Uniti ci fu un sodalizio tra televisione e missione civilizzatrice del governo americano. Non era consono per un Paese democratico imbavagliare l’informazione. Era un retaggio del nemico, un suo modus operandi da guerra fredda. America e censura non potevano coesistere. Meglio sposare una comunicazione cristallina che però non sapesse guardare oltre la sua superficie. Fino al 1968 i media occidentali continuarono a fungere da megafono del potere, raccontando le gesta degli yankee in un Paese minacciato dal comunismo.

La comunicazione di guerra proseguiva in Vietnam anche con mezzi più subdoli e meno offensivi. Gli Usa ricorsero anche al lancio di volantini. Ogni azione era pensata per sfiancare psicologicamente il nemico. Allora perché non insinuare nella sua mente una nuova immagine dell’invasore che fosse meno invasore agli occhi della popolazione?

Qualcosa poi si ruppe e la tv contribuì a spostare l’assetto dell’opinione pubblica su posizioni più critiche rispetto al conflitto. La voce allineata dei media non garantiva più il suo sostegno andando così ad influenzare l’andamento della guerra. La sindrome del Vietnam andò a caratterizzare per molti decenni le dinamiche di politica estera del paese a stelle e strisce.

 

 

 

 

La capacità di comunicare emozioni

In guerra non devi riuscire simpatico: devi soltanto avere ragione – Sir Winston Churchill.

I discorsi dei leader del passato, le frasi ad effetto dei tiranni pronti a galvanizzare la folla hanno giocato un ruolo decisivo per la loro propaganda. Mi tornano alla mente i racconti di mia nonna, di quando il Duce, ad esempio, era venuto a Cagliari dove sfilavano le truppe della Divisione Sabauda in partenza per l’Africa Orientale. Mussolini aveva parlato non soltanto al popolo sardo, ma a tutta l’Italia e al mondo. La folla era esplosa in delirio…difficile immaginare una situazione simile oggi, o forse no?

Vedo Putin in tv, in uno stadio gremito di gente che sventola le proprie bandiere con orgoglio. Le malelingue dicono che in realtà sia solo propaganda e che tutto faccia parte della narrazione di regime. Come accade nel marketing, le emozioni sono una leva potentissima capace di influenzare la percezione degli eventi. Cosa pensa veramente il popolo russo? Di quali strumenti cognitivi dispone per affrontare con criticità gli eventi?

Il simbolismo racchiuso in certe gestualità, le immagini di repertorio selezionate, gli opinionisti chiamati ad esprimersi hanno il potere di generare emozioni. È difficile parlare di neutralità dell’informazione.

Ripenso alle cornici mentali che George Lakoff chiama frame. Si attivano ogni volta che ascoltiamo una parola e immediatamente nel nostro cervello si attiva una correlazione. Nel 1991 con la Guerra del Golfo abbiamo preso confidenza con il conflitto intelligente, senza vittime grazie all’azione chirurgica delle tecnologie militari impiegate. Abbiamo conosciuto la guerra in diretta, con le sue immagini studiate per tenere alto il morale delle truppe e allo stesso tempo rimarcare la pericolosità di Saddam, carnefice e dittatore. Un conflitto su cui gravava il peso del passato Vietnam. Lo sforzo mediatico era incentrato su rassicurare e mitigare la devastazione del conflitto agli occhi dell’opinione pubblica.

 

Oggi abbiamo mangiato la foglia e non penso che la storia dei missili intelligenti possa ancora reggere

 

La comunicazione ha bisogno di crudeltà perché sappiamo che ad essere colpiti non sono soli obiettivi militari, ma civili inermi. I servizi dei notiziari si tingono di rosso e l’opinione pubblica si interroga su ciò che sta accadendo. Siamo forse più disillusi, più abituati alle bestialità che avvengono in ogni parte del mondo? Per svegliarci dal nostro torpore abbiamo bisogno di uno shock? Il web diffonde in modo capillare anche questo. Vogliamo di più, la morbosità dei social ci ha abituato ad un ritmo serrato degli eventi con un feed h24. Per questo ci troviamo a nostro agio con un approccio più diretto e senza filtri. Viviamo una comunicazione di guerra che a tratti sembra quasi surreale documentata su piattaforme come TikTok che fino a ieri dispensavano balletti.

 

 

Pensavamo che non sarebbe stato più necessario combattere, come ci ha raccontato la falsa profezia di Francis Fukuyama. Informazione e propaganda si corteggiano inevitabilmente. Da una parte cercando di demoralizzare il nemico, intimidendo i leader alleati, scoraggiando il popolo a resistere. Dall’altra scuotendo gli animi in nome di un popolo forte e glorioso disposto a tutto pur di non cadere vittima del suo aggressore.

 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM L’ora più buia.

 

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