Il 3 Ottobre scorso ho visto David Gilmour esibirsi al Circo Massimo, a Roma. È stata un’esperienza che mi ha segnato ma, allo stesso tempo, mi ha spinto a riflettere sull’evoluzione dei Pink Floyd e sul loro impatto culturale.

I Pink Floyd sono una band storica che ha cambiato per sempre il mondo della musica. Ma cosa significa questo per la band che ha definito un’era?

Indaghiamo il complesso rapporto tra musica e marketing, fra motti di ribellione e musica mainstream.

 

 

 

 

Another Brick in the Wall (Part 2)

Quando la protesta diventa pop

Nato come protesta contro l’alienazione e il conformismo, l’album The Wall del 1979 è diventato un fenomeno pop globale. Ma come è stato possibile? Il colpevole, secondo me, è il brano Another Brick in the Wall (Part 2): un inno rock memorabile segnato da un assolo iconico, suonato ad oggi ovunque, tanto da perdere il suo significato originale.
L’ho sentita persino in un centro commerciale durante la mia permanenza Romana.

We don’t need no education

We don’t need no thought control

Ancora oggi, mi piace sperare che il messaggio originale non sia andato completamente perduto. Se si ascolta l’album integralmente, (cosa non scontata vista la soglia dell’attenzione bassa del pubblico di oggi), si può ancora cogliere la forte critica sociale.

 

 

 

 

Da critica sociale a fenomeno mainstream

Nonostante ciò, rimane quella brutta sensazione che The Wall sia diventato un simbolo del fenomeno che criticava, assorbito dalla cultura mainstream.
Questa trasformazione lo rende molto interessante per il nostro caso.
Un esempio simile è il brano predecessore Animals, con la sua feroce critica al capitalismo degli anni ’70. Dogs mi sorprende sempre per quanto sia ancora cruda oggi, con i suoi consigli spietati sul come raggirare e letteralmente pugnalare alle spalle le persone che si fidano di te. Il suo messaggio fortissimo di critica, tuttavia, sparisce un’altra volta sotto il magnifico assolo di Gilmour… È forse lui il nostro colpevole? Non lo so, alla fine si è sempre schierato anche lui politicamente, e le diatribe col suo ex collega Waters probabilmente erano più sui toni che sui messaggi.

You have to be trusted by the people that you lie to

So that when they turn their backs on you,

You’ll get the chance to put the knife in

 

 

 

 

L’album che si scaglia contro l’industria della musica: Wish You Were Here

Un buon esempio di toni più moderati e messaggi tra le righe è Wish You Were Here. Fu un successo commerciale gigantesco, diventando il secondo album più venduto dell’intera discografia della band.
L’ho sempre visto come un album sulla disillusione, ma analizzandolo più a fondo, ho capito quanto sia una critica molto diretta all’industria musicale. Have a Cigar è praticamente un manifesto contro la commercializzazione dell’arte, anche se molto elegante nel come è posta:

Well, I’ve always had a deep respect and I mean that most sincere

The band is just fantastic, that is really what I think

Oh, by the way, which one’s pink?

Anche Welcome to the Machine, più eterea e sperimentale, ci fa riflettere su quanto l’industria musicale possa prendere e inghiottire qualsiasi persona. Shine on You Crazy Diamond invece, essendo pur sempre una dedica, è meno diretta ma sempre molto pungente. Alla fine, viene attribuita la colpa alle case discografiche, che distruggono il protagonista della canzone con le loro pressioni:

You were caught on the crossfire of childhood and stardom,

Blown on the steel breeze.

 

 

 

 

The Final Cut

Il caso diametralmente opposto rispetto a Wish You Were Here è The Final Cut, l’ultimo album con Waters (il suo primo da solista secondo me), del 1983. Un album che trovo veramente esplicito sia nel tono che nel messaggio, con immagini di morte e distruzione. È uno dei meno venduti della band: viste le immagini che evocava (in Two Suns in the Sunset vengono descritte le persone liquefatte da una bomba nucleare) era quasi doloroso ascoltarlo. Lo era allora quanto adesso. Sapendo quanto si sia rivelato profetico riguardo alle tensioni politiche attuali, poi, fa quasi paura:

And as the windshield melts, tears evaporate

Leaving only charcoal to defend

 

 

 

 

Pink Floyd: un plateale esempio di musica magistrale legata indissolubilmente al marketing

Quello che ho capito è che i Pink Floyd sono un perfetto esempio di come l’arte possa essere trasformata dal mercato. Le loro opere, nate come critiche sociali, sono diventate prodotti di massa, soprattutto per volere delle case discografiche. Eppure, in qualche modo, hanno mantenuto la capacità di farci riflettere sulla società. Non sarei qui a parlarne oggi se non fosse così. Mi sono trovato quindi a chiedermi:

 

Può l’arte mantenere il suo potere critico in un mondo così commercializzato?

 

Come fanno gli artisti a bilanciare l’autenticità con la necessità di sopravvivere in questo settore? Onestamente, non lo so. Vedere Gilmour sul palco mi ha fatto capire che la musica è ancora in grado di toccare le persone, molto profondamente. È come se, nonostante i cambiamenti e le logiche commerciali, ci sia ancora qualcosa di autentico dentro quelle canzoni.

In fin dei conti, credo che i Pink Floyd ci abbiano mostrato come l’arte possa navigare le acque turbolente della società senza perdere completamente la propria anima. La musica dei loro ex membri continua a offrirci una lente attraverso cui guardare il mondo, anche se quella lente è stata un po’ offuscata dal tempo e dal commercio. È un promemoria che, seppur influenzata dal successo, l’arte può avere comunque un valore culturale molto alto.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Pink Floyd – The Wall.

 
 
 
 
A cura di: 

Alessio Randaccio, grafico appassionato di musica anni ’70, tecnologia e fumetti. E no, il logo non posso farlo più grande, ma ti spiegherò il motivo.

 

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