Quando ho iniziato ad occuparmi di moda sostenibile, una delle prime cose che ho imparato è che ogni scelta ha un impatto. Ogni materiale, ogni processo produttivo, ogni decisione lascia una traccia. E pensavo che il mondo digitale fosse diverso, più “pulito” per definizione. Poi ho scoperto che anche un semplice sito web inquina. E parecchio.
Sapete che, se internet fosse uno Stato, sarebbe tra i maggiori produttori di emissioni di CO2 al mondo?
Ogni click, ogni scroll, ogni immagine che si carica consuma energia
E quell’energia deve essere prodotta da qualche parte, alimentando server che lavorano ininterrottamente, 24 ore su 24, in enormi data center che richiedono sistemi di raffreddamento costanti.
Quando ho capito che anche il mio lavoro nel digitale aveva un’impronta ambientale, ho sentito la stessa urgenza che provavo quando studiavo la filiera della moda. Non potevo più ignorarlo. E ho iniziato a chiedermi: come possiamo progettare siti web più sostenibili?
Alla ricerca del Green Web Design
Un sito web medio produce circa 1,76 grammi di CO2 per ogni visualizzazione di pagina. Sembra poco, vero? Eppure, se moltiplichiamo questo numero per le migliaia (o milioni) di visite che un sito può ricevere capiamo che il problema è reale.
Il peso medio di una pagina web è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni, superando spesso i 2MB e tutto questo si traduce in più dati trasferiti, più energia consumata, più emissioni. E come nella moda, dove ogni grammo di tessuto conta, anche nel web design ogni kilobyte fa la differenza.
Sapete chi accumula peso nel web?
Le immagini
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Ebbene sì, le immagini sono spesso le principali responsabili della lentezza/peso di un sito web. Quella foto in homepage esportata direttamente dalla fotocamera in risoluzione altissima? Non serve davvero. Oggi, i formati di nuova generazione come WebP e AVIF possono ridurre il peso delle immagini fdel 30-50% mantenendo comunque la stessa qualità visiva.
Volendo fare un parallelismo fashion, sarebbe come passare dal cotone convenzionale al cotone organico: stesso risultato, impatto decisamente ridotto.
Vi presento un altro alleato della dieta di un sito web: il lazy loading, una tecnica che carica le immagini solo quando l’utente sta per vederle. Perché sprecare energia per caricare contenuti che forse nessuno guarderà mai? È il principio del “just in time” applicato al web: solo ciò che serve, quando serve.
Ovviamente non si può ridurre il discorso solo alle immagini, ci sono altri elementi e fattori che influenzano il peso di un sito web e la sua ottimizzazione.
Entriamo chiaramente nel mondo del codice, e chi regna sovrano nel mondo del codice? JavaScript, ovviamente. Sì, JavaScript è potente, ma può diventare pesante in fretta, molto in fretta. Librerie e plugin non fanno che aumentare il peso della pagina e il tempo di caricamento.
Spesso ci innamoriamo di effetti e animazioni complesse (io stessa son team animazioni) sorvolando il fatto che hanno un costo che si esprime non solo in termini di performance, ma anche ambientale. Ma esiste una soluzione, chiaramente.
Scrivere codice essenziale, rimuovere ciò che non serve davvero, scegliere librerie leggere
Questo approccio al codice non significa però rinunciare alla creatività visiva.
Sostenibilità non vuol dire per forza minimal
nel senso noioso del termine
Io amo quello che chiamo “weird minimalism”: siti che usano palette di colori essenziali ma che osano con illustrazioni bold, immagini forti, layout inaspettati. Puoi avere un sito visivamente pazzesco, cool, che cattura l’attenzione, e comunque essere sostenibile se ottimizzi nel modo giusto. Un’illustrazione vettoriale SVG ben fatta pesa pochissimo ma ha un impatto visivo enorme. Una tipografia audace non aggiunge peso. Un layout creativo è solo questione di CSS intelligente.
E poi c’è la dark mode. Sui dispositivi con schermi OLED la modalità scura consuma meno energia oltre ad essere più riposante per gli occhi. Un dettaglio piccolo ma significativo, soprattutto se consideriamo quante ore passiamo davanti agli schermi (e sì, you’ve guessed it, son parecchie ore).
E sai qual è la cosa bella? Quando ottimizzi un sito per renderlo veloce, stai automaticamente riducendo anche il suo impatto ambientale. È una di quelle rare situazioni win-win dove tutto si allinea perfettamente. Un sito che carica in un secondo invece che in cinque non è solo più piacevole da usare, è anche più sostenibile. Consuma meno dati, spreca meno energia, produce meno emissioni. Google lo sa bene, infatti i suoi Core Web Vitals misurano proprio questo: quanto velocemente un sito risponde, quanto è stabile, quanto è fluido. E indovina? Tutte queste metriche si traducono in minor consumo energetico.
Le sigle non son mai simpatiche ma per noi addetti ai lavori queste son pane quotidiano: LCP (Largest Contentful Paint), FID (First Input Delay), CLS (Cumulative Layout Shift): dietro queste sigle tecniche c’è una semplice verità e cioè che gli utenti vogliono siti veloci e il pianeta ha bisogno che i siti consumino meno.
Anche l’ottimizzazione della cache è nostra alleata quando si tratta di sostenibilità
La cache è un po’ come il riciclo. Invece di generare ogni volta da zero le stesse risorse, le conserviamo e le riutilizziamo. Questo significa meno richieste al server, meno elaborazione, meno energia spesa.
Un’ottimizzazione intelligente della cache può ridurre il carico sul server e ottimizzare i tempi di caricamento.
Due piccioni con una fava: UX migliore e impatto ambientale ridotto.
Ma dove risiedono fisicamente tutti questi dati che stiamo ottimizzando? Dovremmo chiederci dove “vivono” i nostri siti web. Nell’hosting, Signore e Signori.
Sempre più hosting provider son alimentati da energie rinnovabili. Scegliere un hosting green è uno dei modi più immediati per ridurre la CFP (carbon foot print) di un sito web.
E se vistate chiedendo se costino di più, no, non costano necessariamente di più. Anzi, spesso le aziende che investono in sostenibilità investono anche in efficienza, quindi le prestazioni sono migliori. È come comprare capi di qualità che durano nel tempo invece di fast fashion usa e getta.
In questo mondo che si sta evolvendo verso un sistema più green abbiamo a nostra disposizione strumenti come Website Carbon Calculator che ci permettono di misurare le emissioni di CO2 di un sito web.
Lo so, è un po’ spiazzante vedere che anche qualcosa di immateriale come un sito ha una CFP misurabile, ma avere strumenti di questo tipo ci permette di muovere il primo passo per prendere consapevolezza e migliorarla.
Scelte digitali, impatti reali
Venendo dalla moda sostenibile, ho imparato che non esistono scelte perfette, ma esistono scelte più consapevoli. Lo stesso vale per il web design. Non possiamo eliminare completamente l’impatto ambientale di un sito web, ma possiamo ridurlo drasticamente con decisioni ponderate.
E la cosa bella è che la sostenibilità digitale non è in conflitto con la qualità o l’estetica. Anzi, spesso migliora entrambe. Un sito più leggero è più veloce. Una UI ottimizzata per essere green è più efficace. È un circolo virtuoso dove tutti vincono: gli utenti, il business, il pianeta.
Non serve rivoluzionare tutto da un giorno all’altro. Si può iniziare con piccoli passi: ottimizzare le immagini, implementare il lazy loading, scegliere un hosting green, pulire il codice inutilizzato. Ogni piccola azione conta.
Proprio come nella moda sostenibile, dove ogni acquisto consapevole fa la differenza, anche nel web design ogni scelta progettuale ha un impatto. E noi abbiamo il potere di decidere quale tipo di impatto vogliamo avere.
Il web è una parte sempre più grande delle nostre vite, lo sappiamo bene. E come per tutto ciò che ci sta a cuore, dovremmo prendercene cura. Progettare siti sostenibili non è solo una questione tecnica o etica: è un modo per allineare il nostro lavoro con i nostri valori. E questo, per me, fa tutta la differenza.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Mad Max: Fury Road.
A cura di:
Elisabetta Caria, Junior web designer con un debole per il “weird minimalism”: amo i grandi spazi bianchi interrotti da font audaci e illustrazioni inusuali. Se non sono impegnata a progettare interfacce, mi trovi a leggere un libro giappo o ad esplorare il mondo della moda sostenibile con Marracash nelle cuffie.
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