Parliamo di come inviare una candidatura spontanea a un’agenzia di comunicazione e di come scrivere una mail che non finisca dritta nel cestino. Lo faccio partendo da un errore colossale che ho commesso io stesso, molto prima che esistessero i recruiter su LinkedIn. Perché la smania di sparare nel mucchio non è nata con le e-mail e io l’avevo già perfezionata alla fine del secolo scorso.

 

Milano, fine anni Novanta. Avevo vent’anni e una pila di CD-R masterizzati nel salotto dei miei genitori. Io e l’altro chitarrista della band avevamo una missione. Anzi La Missione, vale a dire diventare le prossime rockstar mondiali. O almeno non dover più suonare davanti ai soliti tre amici, qualche irriducibile tifoso dell’Atalanta che veniva a fare casino e all’immancabile gestore del locale. Quello che a fine serata, con la faccia di chi ti sta facendo un favore, ti spiegava che il tuo misero cachet era stato interamente decurtato dalle birre che avevi osato bere tra un pezzo e l’altro.

Avevamo fatto le cose seriamente. Stampato da internet un elenco chilometrico di indirizzi di case discografiche in zona Milano. Era il nostro database, il nostro algoritmo di LinkedIn ante-litteram. Abbiamo passato tre giorni a girare per la città come testimoni di Geova, ma vestiti peggio. Abbiamo suonato a citofoni di palazzi eleganti, uffici e scantinati, lasciando il nostro demo a chiunque avesse la parola “Musica” o “Records” nella ragione sociale. Non sapevamo chi fossero e non sapevamo cosa producessero.

 

La missione prevedeva che chiunque incontrassimo dovesse avere la nostra demo, stavamo spammando di brutto

 

Finché non siamo arrivati al citofono di un signore distinto, in una via laterale vicino a Corso Buenos Aires. Ci accoglie in un ufficio che profumava di incenso e carta vecchia. Ma forse puzzava e basta. Intorno a noi, scaffali pieni di dischi dai titoli impronunciabili e copertine con simboli alchemici.

Lui guarda le nostre facce speranzose e il nostro CD con la copertina rigorosamente stampata in bianco e nero (avevamo messo anche i bollini Siae per la distribuzione delle copie omaggio).

“Ragazzi,” dice con una calma serafica, “io mi occupo esclusivamente di musica esoterica sperimentale e d’avanguardia. Ma voi cosa fate?”

“Rock alternativo” rispondo io, mentre l’altro chitarrista freezato non sapeva se lasciargli la demo sulla sua scrivania.

 

 

Quello è stato il mio primo incontro con il concetto di target. Avevamo sparato nel mucchio, sperando che la fortuna venisse in aiuto alla nostra totale mancanza di strategia.

Oggi qui in Dirty Work, riceviamo decine di e-mail che sono l’esatta versione digitale di quel mio giro a vuoto tra le etichette esoteriche.

 

 

 

 

Come non inviare la tua candidatura ad un’agenzia di comunicazione

L’epidemia del copia e incolla

La maggior parte delle candidature spontanee che arrivano alla nostra agenzia di comunicazione ha lo stesso sapore di una galletta di riso. Senza sale e uguale a mille altre. Mi dispiace dirlo, ma è proprio così.

Riceviamo e-mail che iniziano con Spettabile Direzione (che mi fa subito sentire un funzionario del catasto nel 1974) o il sempreverde alla cortese attenzione del Responsabile Risorse Umane.

Ti svelo un segreto, qui non abbiamo un responsabile risorse umane che indossa il badge e si muove con la cartellina. Siamo persone con dei nomi. Abbiamo scritto degli articoli (tipo questo). Abbiamo un tono di voce.

Ma il problema non è solo l’incipit, è tutto il resto. Leggiamo CV in cui tutti, ma proprio tutti, sono:

  1. Persone solari (non siamo un solarium, e onestamente un po’ di sano pessimismo creativo alla Robert Smith a volte aiuta).

  2.  

  3. Amanti del lavoro in team (non oso prendere una decisione da solo neanche se ne va della mia vita?).

  4.  

  5. Esperti di problem solving (come ha scritto Valerio in una mail ci troviamo di fronte a un esercito di Mr Wolf).

 

È il trionfo dell’anonimato. È come se chi si candida avesse paura di svelare chi sia realmente. Di lasciare un’impronta, di mostrare una crepa, di essere umano. Tralasciamo poi le e-mail scritte interamente dall’AI oppure quelle talmente stringate che sembrano telegrammi bloccati in un ufficio postale del dopoguerra.

 

Il paradosso è non riuscire a comunicare con un’agenzia di comunicazione

 

Ti stai candidando per lavorare in un’agenzia di comunicazione. Un tuo possibile compito potrebbe essere quello di aiutare i brand a distinguersi, a trovare una voce unica, a rompere il muro dell’indifferenza.

Se la tua candidatura è un template di una paginetta scaricato da Canva che comunica il nulla cosmico, ci stai dando la prova che non sai fare l’unica cosa che ti stiamo chiedendo di fare: comunicare.

Mandare un’e-mail uguale a 50 agenzie diverse sperando che una risponda non è cercare lavoro. È spam. E lo spam, per definizione, finisce nella cartella che nessuno apre mai. È quel giro di citofoni a Milano fatto molti anni fa, sperando che il tizio della roba esoterica decida improvvisamente di produrre un disco rock. Non succederà o almeno è moltoooo improbabile.

 

 

 

 

Cerchiamo complici e non “risorse”

Una guida Dirty Work alla candidatura spontanea

Quindi, come si fa? Come si scrive a un’agenzia creativa senza sembrare un bot? Prendendo spunto anche da chi questo mestiere lo mastica da tempo (come suggerisce questo ottimo post su Medium), ecco qualche dritta per evitare di finire nel cestino.

 

  1. Fai stalking (quello buono)

Prima di premere Invia, fatti un giro sul nostro sito, leggi il nostro blog. Guarda i lavori che abbiamo fatto. Dicci perché vuoi lavorare con noi e non con un’altra agenzia con sede a Milano o Roma. Se l’e-mail che scrivi può essere inviata senza cambiare una virgola anche ad un nostro competitor, allora non inviarla.

 

  1. Sotterra i cliché

Se scrivi che sei una o un “problem solver”, giuro che ti nascondo gli AirPods un istante prima di salire su un treno regionale affollato per un viaggio di tre ore per vedere come risolvi il problema. Invece di usare aggettivi vuoti, usa i fatti. Non dirmi che sei una persona creativa, fammi vedere qualcosa di creativo, mandaci un fottuto portfolio. Non dirci che ami il lavoro in team, racconta di quella volta che hai gestito un gruppo di persone fuori controllo e hai portato a compimento un progetto impossibile.

 

  1. Sii un essere umano

L’iper-formalismo è la maschera della mediocrità. L’ho detto? L’ho detto. Non aver paura di usare un tono colloquiale, se l’agenzia lo permette e noi lo permettiamo. Vorremmo leggere un’e-mail scritta da una persona, non da un manuale di segreteria aziendale. Raccontaci cosa ti appassiona, cosa ti fa incazzare della pubblicità moderna, qual è l’ultima cosa che hai visto e che ti ha fatto dire avrei voluto farla io.

 

  1. Hai mai sentito parlare di user experience?

Rendici la vita facile. Se ci mandi in allegato un portfolio di 200MB che intasa la casella, ti odieremo con tutto il nostro cuore. Se mandi un link di Google Drive protetto da password che dobbiamo chiederti in un secondo momento via mail, ti odieremo ugualmente. Link diretto, veloce, pulito. Arriviamo al sodo in tre secondi, dai!

 

  1. Raccontaci cosa puoi fare per noi (praticamente il poster dello zio Sam)

Moltissime mail dicono: “vorrei lavorare con voi per crescere professionalmente”. Bellissimo, ne siamo felici e lusingati. Ma qui c’è del lavoro da portare a termine, sporco tra l’altro. Spiegaci qual è il tuo superpotere. Perché Dirty Work dovrebbe essere migliore con te dentro?

 

 

 

Concludendo questo post sulla lotta alle candidature spontanee e anonime

Quella mattina a Milano, quel signore della musica esoterica ci fece un regalo enorme. Non ci diede un contratto e neanche un po’ di incenso. Ci diede una lezione importante: il rumore non è comunicazione. Naturalmente col cazzo che la mettemmo in pratica e infatti continuammo ad assediare le sedi delle case discografiche di altre città del nord Italia.

Ma voi potete continuare a sparare nel mucchio, a mandare CV asettici a liste infinite di indirizzi recuperati chissà dove. Potete continuare a essere persone solari automunite in un mondo che ha sempre più bisogno di unicità (e anche di un po’ di sana oscurità). Oppure potete fermarvi un secondo, scegliere l’agenzia che vi piace davvero, studiarla, capire chi ci lavora e scrivere un messaggio che sembri l’inizio di una conversazione tra esseri umani.

Noi di Dirty Work siamo qui. Non cerchiamo risorse, cerchiamo complici.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Una battaglia dopo l’altra.

 

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