Spesso mi chiedo quante cose ho “visto” senza davvero averle comprese.

Con una laurea triennale in Comunicazione già alle spalle, dovrei essere preparata ad orientarmi in questo flusso. E in parte è così: ho imparato a filtrare le fake news, riconoscere le fonti, effettuare ricerche critiche e prendere posizione. Eppure, mi capita di trovarmi in situazioni in cui, di fronte a qualcuno, qualcosa si inceppa e non riesco a trasformare tutto questo in un discorso vero e ad articolarlo ad alta voce.

È una linea sottile, ma ogni volta mi trovo al confine. Ho capito che essere informati non sempre significa saper parlare di quello che sappiamo, riuscire a spiegarlo o ad argomentarlo.

Credo anche che questa non sia una mia mancanza personale ma la conseguenza di un sistema e un metodo di comunicazione sempre più veloce che lascia da parte l’elaborazione puntando sulla rapidità piuttosto che sulla comprensione profonda.

 

In questo contesto l’informazione si trasforma più difficilmente in pensiero consapevole e condivisibile

 

Durante il mio percorso accademico ho studiato teorie della comunicazione. Ho letto di agenda setting, framing, gatekeeping. Ma sapere queste cose non è sufficiente. È come avere una cassetta degli attrezzi piena e non sapere quale strumento scegliere.

 

 

 

 

Il momento in cui ho realizzato

Me ne sono resa conto concretamente durante una discussione con alcuni colleghi sulla situazione dei conflitti mondiali, temi che in questi mesi sono stati sempre presente nel mio feed. Avevo letto e seguito aggiornamenti, sapevo dell’attacco di Stati Uniti e Israele presentato come “preventivo”, della risposta dell’Iran con missili e droni, dello stretto di Hormuz, del petrolio, delle tensioni sul nucleare e degli equilibri regionali.

Avevo le basi, ma quando ho provato ad intervenire cercando di chiarire la situazione, sono finita nelle classiche frasi da tuttologi come “è colpa di x e y” …

Non mancavano le informazioni ma erano frammentarie, sparse in vari angoli della mia testa. Non c’era una struttura: nomi, sigle, eventi recenti, cause storiche, informazioni non davvero interiorizzate. Non avevo un linguaggio mio per raccontarlo.

 

 

 

 

Cosa significa essere “informati” oggi

Velocità, sintesi e comprensione superficiale

Dopo quella discussione ho iniziato a riflettere su cosa significhi essere “informati” oggi. Non significa banalmente riconoscere un tema, individuarne gli elementi principali e magari ricordare qualche dato.

Perché questo non coincide con il possedere quell’argomento, ma piuttosto significa averlo interiorizzato, poterlo spiegare a qualcuno che non lo padroneggia e saperlo argomentare.

Cercando la causa di questo problema mi sono imbattuta in uno studio del 2023, dove dei ricercatori della Judgment and Decision Making hanno confermato un fenomeno chiamato illusione della profondità esplicativa: tendiamo a credere di comprendere un argomento più di quanto facciamo realmente, finché non siamo costretti a spiegarlo. È esattamente ciò che accade quando consumiamo informazioni velocemente ogni giorno dai social.

Il problema, quindi, non è la quantità di informazioni che abbiamo, ma l’uso che ne facciamo.

Il sistema attuale punta sulla velocità, titoli e video brevi che catturano l’attenzione e ci fanno passare rapidamente da un argomento all’altro.

 

Viene favorita una comprensione solo superficiale che non resta nella memoria a lungo termine

 

Quello che facevo era riconoscere un tema, ma senza possederlo davvero.

A questo si aggiunge una trasformazione del linguaggio con cui ho molta familiarità. La parola d’ordine è sintesi. Meme, caption, tweet, magari sono molto efficaci, ma raramente reggono un’argomentazione complessa.

Un linguaggio che privilegia l’impatto immediato rispetto alla profondità e che rischia di farci dimenticare come si costruisce davvero un pensiero, quando diventa l’unico linguaggio che vediamo e utilizziamo. Non è necessariamente un limite, ma diventa molto problematico quando sostituisce completamente altre forme di espressione e quando perdiamo l’abitudine a costruire discorsi articolati, a sostenere una tesi con argomentazioni solide.

 

 

 

 

La vera prova è riuscire a spiegarlo

Il learning by teaching

Mi sono accorta che questo fenomeno è collegato anche al mio modo di studiare. Penso di sapere un argomento perché l’ho letto mille volte e poi quando arriva il momento di ripeterlo, non riesco a dargli una forma sensata a parole. Ed è proprio qui che entrano in gioco le scienze dell’educazione che mi hanno offerto una chiave utile proprio in un momento di difficoltà.

Parliamo del famoso learning by teaching.

Ho iniziato a fare un piccolo esercizio con qualunque persona mi passasse davanti, quasi sempre la mia coinquilina: provare a spiegare ad alta voce ciò che avevo appena studiato, come se fosse una normale conversazione.

Proprio questo mi ha aiutata. Spiegare mi obbligava a organizzare le idee, a capire davvero quello che stavo dicendo, non a ripeterlo. Così ho smesso di limitarmi a leggere e ho iniziato a parlare tanto, a riformulare, a mettermi alla prova. Ed è stato lì che ho iniziato davvero a comprendere.

 

 

 

 

L’effetto Dunning-Kruger e la responsabilità di chi comunica

C’è un’altra cosa che ho notato sui social ma anche nella vita reale. C’è una pressione costante a dire la tua. Stare in silenzio sembra quasi una colpa, e così si finisce a commentare e schierarsi anche quando si capisce poco.

L’effetto Dunning-Kruger funziona esattamente così: chi sa poco tende a parlare con più sicurezza, chi sa di più spesso si trattiene perché è consapevole di quanto ancora non sa. Il risultato è che spesso in molte discussioni le voci più rumorose sono anche le meno informate.

Per chi studia comunicazione come me, questa è la parte più scomoda. Non basta informarsi, bisogna capire davvero quello che si dice prima di dirlo. E non parlo di perfezione, parlo di onestà su dove finisce la nostra conoscenza.

Gli strumenti oggi ci sono, e sono anche migliori di prima. Il problema non è l’accesso alle informazioni. È che nessuno ci insegna davvero cosa farne.

Tutto ciò richiede tempo. E il tempo, nel sistema mediale contemporaneo, è sempre più scarso.

Non so ancora se riuscirò sempre ad essere davvero informata su tutto e a costruire un pensiero solido prima di aprire bocca. Ma almeno adesso so perché, e so che il problema non è quante cose ho letto, ma quanto tempo mi sono presa per capirle davvero.

E forse è già qualcosa.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM The Life of Chuck.

 

 
 
 
 
A cura di: 

Gloria Cazzato, sono cresciuta online, tra creatività e ore passate su YouTube. Oggi vivo la comunicazione come creativa, ma anche come osservatrice minuziosa.

 

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