Per chi lavora nel campo della Comunicazione digitale è facile non rendersi conto di quanto sia il tempo effettivo passato a scorrere sui social. Un po’ per necessità lavorative, un po’ perché meme e gattini piacciono a tutti. Gestire i profili di molti clienti significa esporsi ulteriormente a fonti di distrazioni, o quantomeno essere costretti a passare ulteriore tempo sulle piattaforme digitali. Ma, come diciamo sempre noi di Dirty Work: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

 

 

 

 

L’espressione odio i social forse non rende molto l’idea

Esistono validissime ragioni per odiare i social media, e per starci lontani. Non di rado ci capita che alcuni clienti si rivolgano a noi perché nutrono un profondo disgusto per queste piattaforme ma, allo stesso tempo, sanno quanto siano fondamentali per il loro business o per la loro immagine. E non pensiate che fra i professionisti la si pensi tanto diversamente. Parlando di questo tema con Enzo e Eugenio (rispettivamente founder e web designer di Dirty Work), serpeggia una tale mancanza di fiducia che rasenta il disprezzo. Enzo, in particolare, ne fa una questione di relazioni sociali:

 

“Leggo i commenti e mi stupisco ogni volta dell’odio, dell’arroganza e della violenza che circola in rete”

 

Eh sì, caro Enzo, e tu non hai visto niente, rispetto a chi come me si occupa anche di social media management e deve avere a che fare con una moltitudine di problematiche, soprattutto legate a questo tema. A volte bisogna contare dieci volte fino a dieci; ricordarsi che si sta agendo in nome del cliente (che ha la sua brand identity, il suo tone of voice e tutte quelle robe lì), quindi anche il più arrogante dell’utente, il più maleducato, va comunque trattato con i dovuti modi. Come se non bastasse lo spam, tra l’altro.

Eugenio addirittura mi confessa che “se fossi responsabile dell’area social Dirty Work, Dirty Work non esisterebbe (socialmente parlando). Sono estremamente convinto della necessarietà di essere presenti nei social e, al contempo, sono contento che ci siano professionisti in Dirty Work che si occupano di questo”. E di certo non me la sento di dargli tutti i torti. Per fortuna che i social del Team li gestisco io.

 

 

 

 

Utilizzare i social in maniera sana, sia come utente che come professionista.

Sì, è possibile. Altrimenti tutti i fruitori dei social sarebbero miniere d’oro per gli psicologi. Come giustamente ci ricorda Nicoletta dell’ufficio stampa, mentre facciamo due chiacchiere su questo tema, c’è un altro modo di vedere queste piattaforme:

 

I Social sono un canale di informazione e un libro di sociologia: prendo ciò che mi occorre, ma non “seguo” tutto ciò che cerco, osservo le persone, le dinamiche umane, e ho la pretesa, da quello che vedo, di capire qualcosa della società.

Questa visione mi piace perché crea il giusto distacco, fondamentale per noi professionisti, al di là di quegli aspetti più analitici. Noi che abbiamo un approccio alla comunicazione umanistico, poi, la prospettiva sociologica (ma anche antropologica) ci aiuta a comprendere meglio le persone, quindi a intercettare i loro bisogni (perché comunque business is business, e anche perché siamo pagati per fare questo tipo di ricerche).

 

 

 

 

Social media: quanto tempo dedicargli?

Questa è una domanda strana da fare ad un professionista della comunicazione. La risposta più immediata (e probabilmente anche quella più giusta) è: il tempo necessario. Proprio come fa Tiziana, la nostra strategist, che mi racconta quanto per lei, sia fondamentale creare dei piani separati fra una vita social personale e una vita social professionale: “Io sono un utente che, usando tanto i mezzi digitali per lavoro, cerca di farne a meno nel resto del tempo. Non è facile, ma provo a non usare il telefono la sera e staccare dai social nel weekend o perlomeno a entrarci molto meno. Trovo che sia necessario per riposare la mente”. In un altro articolo abbiamo parlato di quanto, tra l’altro, sia estremamente difficile per le partite Iva staccare realmente dal proprio lavoro, in particolare quello legato al campo della Comunicazione. È necessario, come in tanti altri frangenti, riuscire a capire quando ci si sta intossicando un po’ troppo.
 

 

 

 

Non dobbiamo però dimenticarci che nei social possiamo anche trovare spunti per una buona informazione.

Anche se appare difficile ancora oggi dare torto ad Umberto Eco, che sosteneva che internet ha dato accesso ad un esercito di deficienti di dire la propria, bisogna anche prendere in considerazione che, se si vuole, ci si può scremare il proprio feed da tette, meme e gattini per avere suggerimenti di natura culturale, scientifica, o di cronaca.

Bisogna però mettersi bene in testa che un’informazione completa e approfondita non si potrà mai trovare nelle piattaforme social. Semplicemente perché non sono nate per questo.

Il loro scopo è un altro. Non dimentichiamoci che, proprio come il telefono degli anni ‘90, Instagram, Facebook e compagnia bella sono mezzi di informazione. La possono trasportare, possono dirti “qui si parla di questo”, al massimo: più di un titolo o un commento relativamente articolato, la loro struttura non è impostata per racchiudere informazioni complesse o particolarmente approfondite. Il loro scopo è intrattenerci sulla piattaforma il più possibile, e non importa come. E qua non si danno giudizi di valore, ma si prende atto di come funzionano le cose. Purtroppo, in veste di utenti, noi siamo la merce che dà valore. Siamo la reale moneta, anzi: i nostri dati e le nostre informazioni sono l’oro colato che il gruppo Meta mette a disposizione degli inserzionisti per arrivare al proprio target. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole (almeno per noi).
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM La forma dell’acqua – The Shape of Water.

 

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