Ieri era il terzo lunedì di gennaio, comunemente noto come Blue Monday, il giorno più malinconico dell’anno. Le luci delle feste sono un ricordo ormai lontano, le giornate sono ancora corte e quel picco di adrenalina tipico di inizio nuovo anno sembra aver lasciato spazio alla stanchezza (di già?).
Ma forse il Blue Monday non serve solamente a ricordarci quanto siamo tristi. Forse può darci la lucidità necessaria per fare pulizia, nascondere sotto il tappeto, liberarci delle zavorre, svuotare lo zaino. Se i primi di gennaio sono fatti di sogni, la fine del mese è fatta di consapevolezza. In agenzia ci siamo fermati a riflettere. Cosa ci stiamo portando dietro dal precedente anno e che pesa troppo? E cosa, invece, è il nostro ossigeno?
Quella grande illusione che chiamiamo “equilibrio”.
Stefano
Quello che devo lasciar andare non appartiene proprio all’anno che si è concluso ma è cominciato prima. Si tratta della mia ossessione per la ricerca della stabilità. Sono una persona che tende a ricercare, in ogni cosa, la stabilità, le routine. Posso dire con relativa certezza che la più grande illusione sia credere nell’equilibrio. Viviamo in un mondo in cui, a causa delle leggi fisiche attraverso cui è strutturato il nostro universo, l’equilibrio non può esistere. Posso dire che il 2025 è stata per me la prova definitiva di questo, nonostante i miei tentativi.
Nella mia professione, l’impatto dell’intelligenza artificiale ha cambiato (ancora una volta tutto): dalla componente analitica a quella più operativa, il mondo del copywriting digitale è nuovamente sradicato, ribaltato, rivoluzionato.
Viviamo in un’epoca in cui il lasso di tempo fra una rivoluzione tecnologica e l’altra è sempre più breve
Un cambiamento continuo e costante. Quello che mi lascio alle spalle, quindi, è la mia utopia di un sistema stabile, abituale, ripetibile. Accetto il cambiamento come parte integrante del mio lavoro. Un cambiamento che quasi snatura totalmente quello che sapevi fino al giorno prima, o che pensavi di sapere.
Quello che mi consola è che in questo cambiamento ci siamo tutti, e ora più che mai, in un periodo in cui le macchine stanno imparando a scrivere testi pressoché perfetti, l’autenticità è quell’elemento prezioso che dà valore al lavoro di chi, come me, ha fatto dello storytelling la propria missione personale. Ecco allora che ciò che invece mi tengo ben stretto è l’imperfezione che deriva dall’autenticità: diventa il mio timbro, il marchio originale che sono capace di dare e di imprimere alle cose che scrivo. In un mondo sempre più perfetto e anonimo, le imperfezioni diventano quegli elementi originali che permettono ad una storia di distinguersi e di farsi notare.
Le metriche cambiano. I valori restano.
Martina
Il mondo della comunicazione corre ad una velocità troppo elevata per cui talvolta risulta particolarmente difficoltoso stargli dietro. Si pensi all’ambito dei social media. Oggi un nuovo trend, un’altra dinamica, un’insolita strategia, che magari domani verrà già archiviata come “superata”.
Forse è proprio per questo che ciò che so di portarmi con certezza nel 2026 non ha nulla a che fare con i trend del momento né con le formule nate ieri su TikTok e replicate oggi fino allo sfinimento.
Quello che resta sono i valori
Valori che dovrebbero costituire la base di qualsiasi strategia di comunicazione, soprattutto quando si tratta di decidere se inseguire un trend che, nella maggior parte dei casi, produce più rumore che reale valore aggiunto.
I social, del resto, sono il palcoscenico ideale per le cosiddette vanity metrics.
Numeri che sembrano raccontare il successo di una comunicazione, ma che spesso restano fini a se stessi. Like, commenti, visualizzazioni. Tutti convinti che siano gli unici indicatori di efficacia. Il punto è che, nella maggior parte dei casi, non lo sono proprio.
Per riprendere una riflessione del collega Enzo, anche la scelta di utilizzare toni sarcastici o ironici talvolta comporta rischi non da poco. Tradotto: più like non sempre corrispondono a più clienti.
Ma quindi le interazioni non contano? Assolutamente no, sarebbe una semplificazione comoda, ma sbagliata.
Like e commenti restano indicatori utili per valutare una comunicazione social, purché non vengano letti in modo superficiale o autoreferenziale. Senza contesto, rischiano di dire poco o nulla.
Ed è proprio da qui che rifletto su ciò che ritengo di dovermi portare nel 2026.
La consapevolezza che la società cambia, che i social cambiano e che questo lavoro cambia insieme a loro. Quello che oggi funziona domani potrebbe non funzionare più, o magari funzionare in modo diverso.
Ciò che resta, però, sono i valori. Non perché siano una parola rassicurante, ma perché non seguono la stessa velocità delle piattaforme. Sono l’unica bussola quando tutto il resto accelera: aiutano a capire cosa ha senso testare, cosa adattare e cosa, semplicemente, smettere di inseguire.
Se è vero che ciò che funziona oggi potrebbe non funzionare domani, è altrettanto vero che una comunicazione costruita su basi solide difficilmente perde direzione. I mezzi cambiano, i formati cambiano, il punto di partenza no.
Quella gentile voglia di mandare a quel paese tutti e lasciar andare la comunicazione non violenta (ma forse fino a un certo punto).
Eugenio
Il 2025 è stato un anno di numerose battaglie. Di vittorie e di sconfitte. Anche se tirando le somme posso dire che il bilancio è quasi in pari. Ovvero pende un po’ più verso le sconfitte per il semplice fatto che probabilmente non sono riuscito a comunicare bene le mie necessità come professionista.
Per cui giù con account aziendali spinosi che pensano di avere a disposizione 10 vite e si impantanano nella scelta di un background color o di un margin #percrearepiùarmonia sfoggiando grandi conoscenze nell’ambito del web design.
O, al contrario, clienti che mi mostrano soddisfatti come fare un sito web in 14 secondi con l’AI. Mi domando: e da me che cazzo vuoi allora? Il mio know how? Un consiglio? Una pacca sulla spalla? Alle volte penso che dovrei mettere da parte le conoscenze acquisite nel corso sulla Comunicazione Non Violenta e mandare tutti cordialmente a quel paese.
Ma è meglio che quest’ultima possibilità faccia parte delle cose che lascio andare!
Meno zavorre e più consapevolezza
Se il Blue Monday ci insegna qualcosa, è che non serve a nulla trascinare pesi morti solo per abitudine. Che si tratti dell’utopia di un equilibrio che non esiste, della schiavitù verso metriche prive di contesto o della frustrazione di non saper porre i giusti confini professionali, questo è il momento di lasciar andare.
Nel 2026 portiamo con noi l’imperfezione autentica, i valori solidi che non temono l’accelerazione tecnologica e la consapevolezza necessaria per navigare nel cambiamento senza perdere la rotta.
Il primo mese dell’anno è quasi finito, ma la vera navigazione comincia ora, con uno zaino più leggero e la consapevolezza che in tasca abbiamo una bussola.
E tu come stai in questo “lunedì blu”, cosa hai deciso di lasciare definitivamente?
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Train Dreams.
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