Nel 1944 l’OSS, l’antenato della CIA, pubblicò un manualetto destinato ai cittadini dei territori occupati: il Simple Sabotage Field Manual. Niente esplosivi mie giovani marmotte! Il sabotaggio di cui parliamo è più sottile, più lucido e dannatamente moderno. Gli yankee suggerivano di lavorare lentamente, convocare riunioni ogni volta che fosse possibile, applicare i regolamenti alla lettera, rimandare le decisioni chiedendo sempre un ulteriore approfondimento. Ottant’anni dopo, quel manuale di guerriglia ci dice che la burocrazia è un’arma di distruzione di massa e che sabotare è più facile di quanto pensi.
Un sabotaggio è esattamente quello che voglio proporti per questa estate
Un sabotaggio non contro il tuo capo o contro i tuoi clienti (quello, semmai, a settembre), ma contro il meccanismo di cui fai parte. Contro la ruota del criceto da cui ogni estate ti riprometti di scendere, contro quel senso di colpa che ti assale quando non stai producendo abbastanza e ti chiedi perché sia necessario andare in vacanza. Ogni anno, prima della pausa estiva, in agenzia ci fermiamo a riflettere su lavoro e ritmo. È un nostro piccolo sporco rito laico e vogliamo renderti partecipe. Questa volta però non ti chiediamo solo di rallentare. Ti chiediamo di sabotare.
L’ozio è una pratica sovversiva
Lo dicevano già i filosofi, ma non li cagava nessuno
Bertrand Russell, uno che di pensiero se ne intende, scrisse nel 1935 Elogio dell’ozio in cui sosteneva una tesi scandalosa, oggi come allora. Il tempo libero, diceva, non è il premio che ti guadagni dopo aver prodotto abbastanza. È la condizione necessaria della civiltà. Si lavora troppo, e la fede nel lavoro come virtù è la causa di danni enormi. Le idee, l’arte, la scienza: tutto nasce da gente che aveva tanto tempo da perdere.
Il problema è che noi non perdiamo più tempo, lo ottimizziamo, anche e soprattutto in vacanza
Le app che tracciano i chilometri della tue passeggiate, i libri che diventano challenge su Goodreads, il riposo che si trasforma in recovery mode da monitorare sul telefono. Viviamo nella società della prestazione. Non c’è più un padrone che ci sfrutta, ci bastiamo benissimo da soli e ci sentiamo realizzati e felicissimi nel farlo. Il sabotaggio estivo comincia proprio da questa presa di coscienza, dal dire basta a task e metriche.
La pila di libri sulla scrivania
I giapponesi hanno una parola per tutto, anche per i miei sensi di colpa
I giapponesi, che hanno una parola per ogni sfumatura dell’animo umano, chiamano tsundoku l’arte di comprare libri e lasciarli accatastati senza leggerli. Non tanto una pila della vergogna, ma una biblioteca delle occasioni future. La mia piccola torre di libri e saggi non ha ancora assunto una sua dignità architettonica vista l’altezza non troppo esagerata. Però sta lì e mi guarda con l’aria di chi aspetta da troppo tempo, tipo i parenti al pranzo di Natale quando arrivi in ritardo.
Quest’estate ho deciso di assestare un colpo alle sua fondamenta e fare fuori tre libri.
Il primo è un mattone da più di mille pagine e racconta la fine del mondo. Un’epidemia, la civiltà che collassa e poi il domandone e ora cosa si fa? Perché quando tutto crolla, la prima cosa che gli esseri umani rifanno non sono le strade o gli ospedali. Sono le storie. Si dividono in due comunità, ciascuna con il suo leader carismatico, con la sua narrazione del bene e del male. Come due brand in competizione sullo stesso mercato, con tanto di brand ambassador che ti appaiono in sogno.
Il secondo è un saggio del dopoguerra, scritto da un signore tedesco emigrato in America che si era chiesto come si riconoscesse una persona disposta a seguire un leader fino all’autodistruzione. L’autore e i suoi colleghi costruirono addirittura una scala di misurazione, un questionario per individuare la predisposizione all’autoritarismo. Leggerlo oggi, mentre gli algoritmi profilano le nostre fragilità con una precisione che quei ricercatori si sognavano, fa un certo effetto. Ma non preoccuparti ora c’è l’AI Act.
Il terzo libro è un manuale americano di branding. Non compri una moto, compri la ribellione. Non compri una bibita, compri il sogno americano del secolo scorso. Il branding, letto così, è ingegneria mitologica applicata.
Forse sto perdendo di vista l’incipit e il senso vero del sabotaggio?
Voler smaltire a tutti i costi questi libri non è anche questo cedere alla produttività, alla programmazione e al controllo?
Quindi sai che c’è, chiedo a Eugenio e Martina cosa ne pensano del sabotaggio estivo.
Eugenio
Potrai non crederci, ma anche per un nomade digitale come me arriva il momento dell’anno in cui sento il bisogno di abbassare lo schermo del pc e pensare a qualcosa di diverso, di leggere testi che non siano mail piene di revisioni o richieste di clienti in ansia per il settembre che verrà. O ancora clienti che non sono riusciti a organizzarsi l’estate e dicono: “Questa estate la dedico al rafforzamento della mia immagine in rete”. “Cattiva pensata!” rispondo io. Sono proprio questi i momenti in cui le migliori relazioni di lavoro entrano in crisi. Non necessariamente perché un cambio di programma repentino potrebbe rovinare un piano vacanze studiato a partire da aprile o uno stralcio di progetto di viaggio che ci ricorda quanto sia importante il tempo libero, ma semplicemente perché è agosto. In verità vi dico che siamo programmati con l’idea che, se Dio ha lavorato 6 giorni e il settimo si è riposato, allo stesso modo noi lavoriamo 11 mesi e il dodicesimo saluti a tutti: alle revisioni, ai progetti futuri, alle scadenze. Amen. Per cui, il consiglio è, per rimanere nell’ambito dei testi sacri: quando volgi lo sguardo verso la tua scrivania e vedi lì il tuo pc, sereno e soprattutto spento, non cadere nella tentazione di accenderlo solo per dare una rapida sbirciatina alla mail.
Martina
Se lavori come freelance nell’ambito della comunicazione, probabilmente te lo sei già chiesto almeno una volta: “Come si fa a staccare davvero?”.
Domanda semplice, quasi innocente, dietro cui sembra nascondersi la promessa di una soluzione definitiva. Ed è qui che, in teoria, dovrei dirti il segreto che ti farà chiudere il computer, silenziare le notifiche e attraversare agosto con la serenità di chi ha finalmente capito tutto.
E invece no, mi dispiace. Sono solo l’ennesima freelance che cerca di galleggiare nel periodo più caldo dell’anno, tra richieste dell’ultimo minuto, consegne da chiudere prima delle ferie e deadline che ti guardano come se “dead” fosse l’unica parte della parola da prendere davvero sul serio.
Non ho una risposta definitiva, anche perché staccare completamente da un lavoro che coincide con uno dei miei più grandi interessi mi sembra quasi impossibile.
Lavoro sui social, quindi per spegnere davvero tutto dovrei probabilmente chiudermi in una bolla. Non guardare uno schermo, non leggere un’insegna, non osservare una vetrina, non farmi colpire da un packaging particolarmente riuscito. Insomma, dovrei smettere per un po’ di guardare il mondo con gli occhi con cui ho imparato a lavorare.
Del resto, quando lavori nella comunicazione, il confine tra lavoro e vita quotidiana diventa abbastanza sottile. Tutto finisce per dirti qualcosa, anche ciò che in apparenza sembra non voler comunicare nulla. Lo spiegava bene Paul Watzlawick con il suo primo assioma della comunicazione, secondo cui non si può non comunicare. Il silenzio, l’assenza, una scelta grafica sbagliata, una pagina lasciata vuota o una presenza online trascurata non sono mai davvero neutri. Sono messaggi, anche quando non sembrano esserlo.
Quindi, come passerò questa estate? Probabilmente provando a staccare, senza fingere di riuscirci del tutto. Mi rifugerò nei libri, tra romanzi e testi legati a ciò che faccio ogni giorno, non tanto per smettere di pensare quanto per dare un ritmo diverso ai miei pensieri.
Questo mese mi servirà per lasciare decantare quello che durante l’anno si accumula troppo in fretta e tornare a settembre con la testa più pulita.
Non necessariamente spenta. Solo meno affollata.
kit di sopravvivenza alla fine del Mondo (e del Mercato)
Leggere resta un sabotaggio
Riprendo il paradosso che ho lasciato in sospeso.
Pianificare le letture estive non è forse l’ennesima to-do list travestita da libertà?
Sì, se tratto i libri come task da spuntare. No, se li leggo senza scadenza, senza recensione da postare, con piena licenza di abbandonarli a pagina 57. Il manuale della CIA, in fondo, lo dice chiaramente: il sabotatore migliore non è quello che spacca la macchina, è quello che la conosce così bene da sapere dove si inceppa. Allora non leggo per produrre, leggo per studiare il motore.
L’ombra dello scorpione di Stephen King, La personalità autoritaria di Theodor W. Adorno e How Brands Become Icons di Douglas Holt. Sono un’apocalisse, un questionario e un manuale di branding. Tre facce forse della stessa medaglia. King mostra che quando la civiltà crolla la prima cosa che ricostruiamo sono le storie. Adorno misura quanto siamo permeabili a quelle storie e Holt insegna a trasformarle in merce.
Questo sarà il mio sabotaggio estivo: leggere sotto l’ombrellone i ferri del mestiere invece di usarli. Smontare il motore invece di guidare. Ci vediamo a settembre. Se il mondo finisce prima, sai cosa mettere nello zaino.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM The Assessment.
Sono lontani i tempi in cui in bagno si leggevano le etichette degli shampoo…

