Sapevi che la bugia più pronunciata al mondo non riguarda le relazioni extra-coniugali o il denaro ma è racchiusa in tre semplici parole: “Tutto bene, grazie!”?
La risposta alla domanda “Come stai?” è probabilmente la bugia più diffusa, accettata e “automatica” della storia dell’umanità.
Il “Tutto bene, grazie!” come script sociale
In sociolinguistica, questa risposta viene chiamata formula di cortesia. Non è una vera e propria risposta bensì trattasi di un segnale che indica che il canale di comunicazione è aperto e che stiamo rispettando le regole del gioco. Rispondere onestamente “Guarda, oggi mi sento uno straccio perché…” produce una rottura. Alla persona non gli importa davvero sapere come stavi; stava solo dicendo “ti riconosco come essere umano”. Diciamo che la bugia, in questo caso (come in altri), non rappresenta una pura manifestazione della malafede.
Pensa se per 24 ore decidessimo tutti di rispondere onestamente a questa domanda: connessioni super profonde tra gli umani in un mondo che però, senza il suo lubrificante più efficace, sarebbe costretto a fermarsi. Per questo, e per altri motivi, esistono diverse ragioni per le quali mentiamo al “come stai?”.
Una di queste, per esempio, è l’economia emotiva.
Essere sinceri richiede energia
Spiegare un malessere richiede tempo e impegno emotivo che non sempre vogliamo investire, specialmente con chi non è nella nostra cerchia ristretta.
Un’altra ragione può essere la volontà di nascondere la propria vulnerabilità. Dire “Sto male” dà all’altro un potere su di noi. Mentire è un modo per tenere su lo scudo e non esporsi al giudizio o alla pietà.
Altro motivo è evitare di caricare l’interlocutore con i propri problemi. “L’altro ha già i suoi problemi. Davvero vogliamo affossarlo ulteriormente con i nostri?”. Si tratta in questo caso di mentire per gentilezza o altruismo. Ovviamente il tutto a scapito dell’autenticità.
Per cui, come suggeriscono i colleghi del dipartimento di sociolinguistica, alle volte sarebbe meglio evitare di rompere le scat… ehm… lo script e abbozzare un goffo sorriso accompagnato da un relativamente falso, iper-diffuso ma pulito e inequivocabile “Tutto bene, grazie!”
10 minuti di inautenticità
Superato il grado zero della menzogna, la bugia primordiale, l’incipit di un dialogo che, a detta di alcuni studiosi, si tramuterà in una valanga di stronza*e, possiamo proseguire bellamente nella chiacchierata adottando le indicazioni descritte nella famosa regola dei 10 minuti del professor Robert Feldman, docente di psicologia dell’Università del Massachusetts (esiste davvero!!!) la quale recita che una persona in dieci minuti di conversazione mente da uno a tre volte, consapevolmente o inconsapevolmente.
Si tratta, secondo lo studioso, di un meccanismo atavico legato alla sopravvivenza e che appartiene anche agli animali. L’uomo, progredendo, lo ha fatto suo farcendolo, da buon essere umano quale è, di creatività e malizia.
E io che, mentre banalmente mi immagino un astuto e menzognero camaleonte che cambia colore per non farsi vedere dai predatori, leggo del professor Luigi Maria Anolli dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, mentre riporta l’esempio un po’ più ricercato de “le farfalle pieridi dell’Amazzonia, dal sapore gustoso, che per non essere mangiate fingono di essere delle euconidi, consimili dal sapore tremendo”. Sempre il prof ci racconta che negli animali la menzogna esiste ma si manifesta come un dispositivo biologico costante e ripetitivo mentre nell’uomo la menzogna è intenzionale.
Insomma… Come al solito all’interno del regno dei viventi noi umani siamo sempre penalizzati per via di questa condanna rappresentata dal possesso di una coscienza.
Che carino il camaleonte che cambia colore… Si però ti sta mentendo… Che diamine!
Questa la mia frustrazione in quanto essere umano dotato di coscienza, malizia e creatività.
Che ovviamente aumenta in modo esponenziale se leggo come le statistiche sul mentire rivelino quanto la disonestà sia integrata nel nostro tessuto sociale.
Sincericidio vs Autenticità
Sia che mentiamo per non rompere gli script o che non diciamo la verità per questioni legate alla sopravvivenza della specie, se ci spostiamo sul polo opposto, ovvero su quello della sincerità a tutti i costi, rischiamo di creare molti più danni.
Vi è mai capitato di incontrare una di quelle persone che con atteggiamento “superiore” ti buttano addosso verità non richieste in modo così brutale da desiderare fortemente che si mordano la lingua (o che si strozzino con la stessa)?
Ebbene si! Esiste un lato oscuro dell’onestà che spesso viene confuso con la virtù: il sincericidio.
Si commette sincericidio quando si spaccia la propria opinione non richiesta per “onestà radicale”, scaricando sull’altro verità brutali senza alcun filtro empatico.
La sincerità totale e cruda può essere percepita come aggressività
Dire a un collega, ad esempio, che il suo progetto è mediocre o a un amico che il suo nuovo acquisto è orribile, giustificandosi con un “io sono uno che dice le cose in faccia”, non è autenticità ma una forma di egoismo comunicativo.
La differenza è sottile ma vitale: mentre l’autenticità cerca di costruire un ponte rivelando i propri sentimenti, il sincericidio si limita a lanciare pietre, ignorando il contesto e il dolore altrui. Essere onesti non significa dire tutto ciò che passa per la testa gratificando il proprio ego ma assicurarsi che ciò che diciamo sia utile, richiesto e, soprattutto, espresso per migliorare la relazione.
Autenticità significa far coincidere ciò che mostriamo all’esterno con ciò che sentiamo dentro. È un atto di estremo coraggio perché ci rende vulnerabili. Non ci nascondiamo più dietro a un “Tutto bene, grazie!” bensì ci permettiamo di dire “in questo momento sono in difficoltà”. In questo spazio di onestà consapevole, la comunicazione smette di essere una performance per diventare un incontro reale. Essere autentici ci libera dal peso della maschera dando anche al nostro interlocutore il permesso implicito di fare lo stesso. È la base su cui si costruiscono le relazioni che durano, quelle dove non ci si limita a parlare solo per parlare.
Autenticità e social media
Nell’era digitale, la verità diventa fluida. Se essere autentici vuol dire “mostrarsi nudo”, vulnerabile, i social media sono l’esatto opposto ovvero una corazza digitale fatta di filtri e narrazioni ben curate.
Sui canali social possiamo assistere a un fenomeno molto curioso: la messa in scena dell’autenticità che alle volte può sfociare nella Vulnerability Porn ovvero l’uso strategico del dolore per attirare l’attenzione. Tralasciando le estremizzazioni, il solo fatto di decidere quando e come mostrare la propria vulnerabilità, la trasforma in un contenuto editoriale, un prodotto di branding. In questo contesto, la comunicazione si sposta dal piano dell’essere a quello dell’apparire: non diciamo “come stiamo”, ma proiettiamo come vorremmo che gli altri pensassero che stiamo.
Wow! Cosa siamo diventati… O cosa siamo sempre stati!
Oggi come oggi, grazie a internet questa nostra pulsione è sempre più manifesta.
In un mondo che ci spinge a essere costantemente “connessi” ma raramente “in contatto”, l’autenticità è diventata una vera e propria forma di ribellione
Mentire può essere un riflesso automatico di protezione, un modo per navigare nelle acque sicure della convenzione sociale, una necessità di apparire “felici e di successo”. Tuttavia, ogni volta che rinunciamo a esprimere un nostro bisogno reale o un sentimento autentico, aggiungiamo un mattone al muro che ci separa dagli altri.
Il rischio (necessario) di farsi vedere
Scegliere di abbandonare il rassicurante “Tutto bene, grazie!” ci può insegnare a usare la verità come uno strumento di costruzione.
Iniziare a praticare una comunicazione più autentica richiede fatica, pazienza e, soprattutto, la disponibilità a mostrarsi imperfetti, vulnerabili.
La prossima volta che qualcuno ti chiederà “Come stai?”, rifletti un secondo prima di rispondere. Chiediti cosa stai provando davvero e se quella persona merita un pezzetto della tua verità. Forse non cambierai il mondo, ma inizierai a costruire relazioni reali fatte di umanità anziché di maschere. Perché, alla fine, la comunicazione non serve solamente a trasmettere dati ma a farci sentire un po’ meno soli.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM The Lighthouse.
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