Oggi vanno tanto di moda le ricostruzioni storiche in AI. Uomini e donne in abiti discutibili che vanno in giro a intervistare personaggi storici con un cucchiaino da yogurt al posto del microfono.
Ma noi, stavolta il viaggio ce lo facciamo con l’immaginazione. Come dei veri creativi dell’800.
Parliamo di Pepper’s Ghost, una tecnica illusionistica nata nell’Ottocento. Ma ridurla a un semplice trucco teatrale sarebbe un errore. In realtà, è uno dei primi esempi di comunicazione costruita su un bisogno emotivo profondo. La consolazione.
Nella Londra vittoriana non si vedeva a più di un passo. Fumo e nebbia si mescolano come nei migliori romanzi di Charles Dickens sui fantasmi del Natale passato.
E noi, col tipico piglio allegro di Scrooge, camminiamo per le strade fangose, scansando pozzanghere e imponenti cacche di cavallo.
Belli i tempi in cui si viaggiava per giorni su comodissime sedute di legno massello in carrozza. Però bisogna dirlo, anche se avevamo i polmoni pieni di fuliggine, ci stavamo risparmiando le polveri sottili.
Che avremmo comunque recuperato di lì a poco. Ah, il progresso!
Ma per capire perché un fantasma proiettato su un foglio di vetro abbia fatto impazzire mezza Londra, dobbiamo prima capire in che stato emotivo era la città. Ma una cosa è certa, non era allegra.
La regina Vittoria e il feticcio della morte
Quando il dolore diventa un’istituzione
La regina Vittoria aveva appena inaugurato due grandi mode: la colonizzazione su scala globale e gli abiti a lutto. Tutto rigorosamente nero.
Pare un’esagerazione, eppure qui (come altrove nello stesso periodo) il lutto è diventato un’istituzione. Una moda che si vende facile come il pane.
Non la morte intesa come dolore privato, ma come tema culturale, rappresentazione sociale e questione scientifica
Proprio Vittoria indossò il lutto per quarant’anni: il dolore veniva codificato, messo in mostra e consumato. Ma accanto a questo culto del lutto si celava qualcosa di più profondo. Un bisogno disperato di sapere cosa ci fosse dopo la morte.
In effetti, se ci pensiamo bene, gli illuministi che avevano deciso di far saltare le teste dei sovrani si erano anche rotti i maroni della religione. Tutto poteva avere una spiegazione logica. Dopo tutto, avevano sovvertito l’ordine. Avevano dato spazio all’individuo e alla sua capacità di autodeterminazione.
Chi aveva più bisogno di credere nella vita dopo la morte?
A tutto questo, verso la metà dell’Ottocento, Charles Darwin aveva aggiunto un altro tassello a questa storia inquietante. Ma se la specie si era evoluta e non era stata creata da nessuna divinità, quando crepiamo, finisce lì? Cioè, cenere eravamo e cenere ritorneremo, ce l’aveva preventivato pure Dio. Ma minchia, niente anima che si ricongiunge ai cari estinti? Nessun perdono e niente vita eterna? Ma che palle.
Una realtà difficile da accettare.
Il lutto era diventato un codice visivo, quasi un’estetica. E come tutte le estetiche, aveva il suo immaginario.
Il peso dell’immaginazione
Gli stereotipi dell’immaginario romantico
Affianco ai disegni anatomici di piante e animali, nuove tassonomie e scimmie che si evolvono in sapiens, c’è ancora spazio per l’immaginazione.
In qualche modo, se pensiamo a quegli anni, ci vengono in mente inevitabilmente alcune immagini.
Personaggi poco raccomandabili strafatti di oppio, uomini navigati smangiucchiati dalla sifilide, ragazze pallide e attraenti (o meglio, attraenti perché pallide) che tossiscono sangue in fazzoletti bianchi orlati di pizzo. Abiti e carte da parati di un brillantissimo e mortalissimo Verde di Parigi, a base di arsenico.
E ancora, capitani di vascello schiaffeggiati da code di balena e inghiottiti dalle onde. Vampiri in cerca di vendetta per la morte ingiusta dell’amata. Il tendone del circo, la donna barbuta, i nani e le gemelle siamesi. Gli spettacoli di magia e le sedute spiritiche. Le maledizioni e i fantasmi molesti.
Non si trattava di certo di un immaginario casuale. Era piuttosto il ritratto di un’epoca che aveva bisogno di guardare in faccia la morte per fronteggiarla.
Una società sull’orlo del collasso
Epistolario tra cugini
Nell’arco di cinquant’ anni o poco più sarebbe esplosa la Prima guerra mondiale, il grande impero austriaco sarebbe colato a picco insieme al kaiser. Stessa sorte sarebbe capitata presto anche allo zar di Russia.
Fun fact. Lo zar Nicola II, il kaiser Guglielmo II e il futuro re d’Inghilterra Giorgio V erano tutti cugini di primo grado. Nei loro telegrammi, si chiamavano affettuosamente Nicky, Willy e Georgie. Vittoria era ovunque anche da morta. Ora ditemi, aveva bisogno di Dio una che aveva conquistato il mondo esotico e messo i propri eredi a capo delle più grandi potenze del mondo?
Almeno non ha fatto in tempo a vederli accoltellarsi. Chissà che disappunto avrebbe provato.
Comunque, non era un momento particolarmente sereno. E si sa, le epoche tumultuose creano bisogni potenti. Ad alimentarli, ci pensarono due scoperte che resero la morte ancora più presente e affascinante.
Di mummie, vulcani e spiriti chiassosi. Quando la caducità della vita diventa spettacolo
Insieme alla crisi della spiritualità per la quale ringraziamo i cordiali illuministi della rivoluzione, altri due fenomeni hanno contribuito a rendere la morte l’articolo più venduto dell’epoca vittoriana e oltre.
La scoperta dei fuggiaschi di Pompei, ad esempio, è stata una delle scintille più luminose di questo secolo. Ha acceso la consapevolezza della caducità della vita nelle menti delle persone. Basta un vulcano dormiente che esplode e ciao. Non ci sei più.
Migliaia di esistenze bloccate in un istante. Smorfie sofferenti su volti di fatto ridotti in cenere eppure ancora lì, a guardarci dalle orbite vuote. Corpi di umani e animali in pose scomposte che cercano aria.
La morte era visibile, immediata e sorprendentemente intima. Una città congelata al momento della catastrofe con il pane sulla tavola e le persone pietrificate esattamente nel punto in cui il vulcano le aveva sorprese.
Il buon Giuseppe Fiorelli aveva fatto una magia incredibile con i calchi in gesso. Grazie a questa grande idea possiamo ancora ammirare quegli occhi vacui e sentire una fitta al cuore (o un brivido d’ansia).
L’altro grande fenomeno del periodo è la cosiddetta Egittomania. Una passione bislacca per tutto quello che riguardava l’Egitto.
Le persone impazzivano per le mummie
E non solo come reperti accademici, ma come merci per un intrattenimento dal gusto squisitamente macabro. C’erano personaggi rari tra gli egittomaniaci. Ad esempio, il chirurgo Thomas Pettigrew aveva l’abitudine di organizzare eventi pubblici di srotolamento in cui il pubblico pagava per assistere alla rivelazione dei morti che si celavano dietro le bende.
Morte, antichità, scienza e intrattenimento macabro non erano sfere separate. Erano un’unica grande esperienza collettiva. E come ogni esperienza collettiva, qualcuno capì che ci si poteva fare i soldi.
Linguaggio della morte, la propaganda e il bisogno come leva
Ora che sappiamo perché la morte andasse molto di moda, dovremmo chiederci come facessero a vendercela ad ogni angolo di strada.
Il punto è che, come diceva Edward Bernays, le persone raramente decidono sulla base della logica. Piuttosto, tendono a comprare storie che si adattano all’immagine che hanno di sé stesse (o all’immagine a cui aspirano).
Entrare in contatto con la morte nelle sue forme più varie di intrattenimento soddisfaceva un bisogno. E il pubblico era pronto per accoglierla per trovare delle risposte.
È lo stesso principio che guida il successo della propaganda dei periodi più bui della storia umana.
Intercettare un malessere e dargli una forma. Utilizzare un mezzo per rispondere a un bisogno esistenziale. Ad esempio, trovare un colpevole al mondo che va a rotoli.
Pensate alla New York del primo ‘900. Un mondo che cambiava troppo in fretta, la paura del diverso, la criminalità rampante. La risposta dell’epoca era stata usare gli immigrati italiani come capro espiatorio. Avevano trasformato un gruppo sociale nel mostro sotto il letto per rassicurare tutti gli altri.
Pepper fece la stessa cosa, ma al contrario. Invece di un mostro, diede al pubblico un fantasma buono che potesse consolarlo.
Il fantasma di Pepper. Il bisogno e la crisi.
Il linguaggio consolatorio dell’illusione
In questo clima malinconico e romantico e a tratti ossessivo, andava in scena la spettacolarizzazione della morte. I teatri erano popolati di fantasmi iridescenti. Spiritismo, medium e sensitive rispondevano alla domanda esistenzialista del momento: trovare un’alternativa alla religione, dare delle risposte a domande che questa non era più in grado di soddisfare. Esisteva qualcosa dopo la morte che potesse consolarci? Avremmo ritrovato i nostri genitori? E i nostri figli morti prematuramente?
La gente aveva bisogno di qualcosa che li facesse credere ancora per trovare finalmente consolazione dalle brutture del mondo
Ed è qui che entra in scena il fantasma di Pepper.
Nel 1862, John Henry Pepper lavorò all’idea di Henry Dircks. Un’illusione, un gioco di prestigio. Un numero di magia rivoluzionaria che Dircks aveva inutilmente cercato di vendere ai teatri londinesi, diciamo per incompatibilità strutturale. Pepper l’aveva reso possibile e adattabile a tutti i teatri esistenti. Il principio ottico era stato scoperto da un filosofo napoletano del ‘500, Giovanni Battista Della Porta. Un tipo pazzerello che aveva fondato l’Accademia dei Segreti. E che si era beccato una denuncia dalla Santa Inquisizione per pratiche di magia e alchimia.
Infatti, il papa Clemente VIII quell’accademia la fece chiudere in un baleno.
Ma Giovanni, comunque, non si era arreso nonostante lo smacco. Qualche anno dopo aveva scritto il suo capolavoro Magia Naturalis dove, tra le altre cose spiegava come ottenere l’immagine di un oggetto in uno spazio che effettivamente non si trovava lì. Due stanze comunicanti. Una visibile e una invisibile. Un gioco di riflessioni e rifrazioni, una lastra a 45° rispetto all’oggetto da ricreare e il gioco è fatto.
Torniamo a Pepper. La notte di Natale mette in scena The Haunted Man di Dickens. L’ultimo dei suoi cinque racconti di Natale. Non è un caso che scelga proprio questo tra tutti. Un fantasma si sarebbe materializzato agli occhi degli spettatori nel buio della sala interagendo con gli attori sul palco.
Una magia che poteva rinfrancare lo spirito dei presenti e rincuorarli della presenza potenziale dei loro cari dopo il trapasso e dell’aldilà. Non era solo fascinazione della morte, ma pura consolazione. Il pubblico era pronto ad accogliere quel messaggio, si era preparato a lungo.
Lo spettacolo aveva avuto un enorme successo. Aveva fatto repliche per un anno intero muovendosi presto verso un teatro più grande per accogliere tutte le richieste. Aveva catturato l’attenzione persino del principe d Galles, che ci aveva portato pure la nuova moglie, la futura regina Alexandra.
Il Pepper’s Ghost non era solo un capolavoro di ingegneria. Era la risposta perfetta alla domanda più urgente di una civiltà sull’orlo del collasso. Morale della favola.
Pepper non era un mago, era un comunicatore straordinario
Aveva capito, come avrebbe detto Bernays sessant’anni dopo, che le persone non decidono con la testa. Decidono con la pancia, con la paura, con il bisogno.
Il pubblico vittoriano aveva paura della morte, della scienza, della voragine spirituale che Darwin aveva aperto sotto i suoi piedi. Pepper non gli vendette un trucco di fisica. Gli offrì la speranza che i loro cari fossero ancora lì, da qualche parte, pronti a materializzarsi nel buio di un teatro.
Oggi il panorama è cambiato. Ma le persone hanno ancora dei bisogni. Dopo tutto, il fantasma non è mai stato sul palco. È sempre stato in platea.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Dracula – L’amore perduto.
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