L’evoluzione ha fatto sì che i mammiferi marini e uccelli migratori abbiano un modo molto particolare di dormire. La comunità scientifica lo definisce sonno uniemisferico ad onde lente. In estrema sintesi, significa che questi animali hanno la capacità di “spegnere” solo metà del cervello, mentre l’altra metà è attiva per far sì che il ciclo respiratorio prosegua e, in caso di pericolo, di accorgersi per tempo. Ecco, noi partite Iva ad agosto funzioniamo un po’ allo stesso modo. Professionalmente spegniamo solo metà del cervello, perché comunque, anche se tutto rallenta, c’è sempre qualcosa da fare.
Partite Iva ad agosto. Essere e non essere in vacanza
Noi professionisti della comunicazione con partite Iva funzioniamo un po’ così, d’estate. Come le balene e i fenicotteri. Sebbene facciamo di tutto per programmare, chiudere scadenze, dire a tutti i clienti “allora ci risentiamo a settembre!”, in realtà noi il lavoro ce lo portiamo sempre dietro. Letteralmente. Questo perché il nostro smartphone è, spesso e volentieri, il nostro strumento di lavoro. Chi lavora con i social, poi, lo sa bene: i mille account dei clienti loggati su Instagram o su Facebook ci ricordano la loro esistenza attraverso le notifiche che arrivano anche nell’account personale. Nel peggiore dei casi, qualche cliente ti chiama, magari anche per un imprevisto legittimo, mentre ti godi le ferie. Ed è curioso questo fenomeno, perché tutto sembra grave, fondamentale, questione di vita o di morte, manco la stabilità del gruppo Meta e la salute dalla famiglia di Zuckerberg dipendessero dal nostro operato. Il punto è che se avessimo voluto occuparci di urgenze, avremmo studiato medicina per lavorare al pronto soccorso. Invece no, l’urgenza di alcuni clienti potrebbe compromettere la loro vita, a quanto pare. Spoiler: non è mai così.
Workaholism o sfrenata passione per il proprio lavoro?
E chi può dirlo, però, se in effetti siamo noi dei nerd della comunicazione, o se semplicemente ci piace quello che facciamo. Certo, parlando personalmente, dopo non poche vicissitudini, io faccio davvero il lavoro che amo. Che, detto onestamente e cinicamente, consiste in questo: essere pagato per scrivere (sto semplificando, e di molto, ma mi piace raccontarla così). Ma il punto di cui vorrei parlare, in realtà, è un altro.
Quand’è che in realtà il lavoro non ci abbandona per colpa nostra?
Enzo, il nostro art director, mi racconta di reputarsi una persona fortunata perché adora il suo lavoro:
“Mi porta altrove, libera lo spirito creativo e, pecunia non olet, mi fa guadagnare da vivere dignitosamente”.
E su questo siamo d’accordo. Ma il nostro tempo non vale quanto i nostri soldi, gli faccio notare, senza retorica. E infatti mi risponde che, a suo avviso, le p. iva dovrebbero assolutamente andare in vacanza (e detto da lui, che è uno stakanovista come pochi, tanta roba). Eppure, non è sempre facile.
La paura di perdere qualcosa, di rimanere indietro è sempre dietro l’angolo
Perché a volte siamo noi che ci facciamo troppi problemi. Che mischiamo il cuore con il cervello (e in quale ambito professionale non avviene, d’altro canto?). Per cui, uno sguardo ai profili dei clienti glielo dai comunque. Anche quando siamo in vacanza.
Il nomadismo digitale va bene e anche se non lo fai va comunque bene
E poi ci sono i nomadi digitali, come il nostro web designer Eugenio, che mi racconta una cosa interessante: proprio in quanto nomade digitale “è difficile raggiungere un grado di credibilità se vado in vacanza perché, nell’immaginario comune e anche se non è assolutamente vero, io sono sempre in vacanza”. Un po’ come tutti quelli che vivono in Sardegna, no? E considerando che la maggior parte del Dirty Team ha sede proprio nell’isola, di che ci lamentiamo? Eppure, perfino il vagabondare di Eugenio, dal punto di vista professionale, ha dei limiti. Questi limiti possono essere riassunti con un solo termine: compromesso. Credo che il punto sia proprio questo perché, parliamoci chiaro, non andiamo a picconare carbone in miniera, e oggettivamente non solo il nostro è un bel lavoro, ma farlo nel modo in cui lo faccio (facciamo), a mio avviso, è la condizione ottimale. Ma il bello è che ognuno se la vive a modo suo. Se, appunto, Eugenio è il nomade digitale del gruppo (e non scherzo: un giorno lo incontro a Cagliari, il giorno dopo Enzo mi dice che è in Spagna; quello dopo ancora è in Calabria. Storia vera), Tiziana intraprende la via opposta. La nostra strategist mi racconta che non ama il filone del nomadismo digitale, che lei definisce anche come intermittent working (confesso che non avevo mai sentito questo termine, segno nel vocabolario dei termini milanesi che odio). Ma su una cosa mi trovo in totale sintonia con lei, cioè quando mi racconta che il tempo libero “mi serve, mi è necessario un sacco di tempo vuoto, per ricentrarmi e anche per annoiarmi e farmi venire di conseguenza un sacco di idee per la ripartenza a settembre”. Su quanto queste parole nascondano la vera essenza evolutiva nel nostro essere, in quanto esseri umani, vi ammorberò un’altra volta, e in un contesto differente; ma quel “tempo vuoto” di cui racconta Tiziana: lotterei fino alla morte per garantirlo a chiunque.
Nel mio mondo ideale, le persone hanno diritto al fare niente, all’essere niente. Perché, appunto, è da quello stato che il cervello comincia a riflettere, a pensare, a creare.
Se la gente non può fare a meno di te, tu fai a meno della gente
Altro segreto delle partite Iva. Diventare dei veri ninja. Scomparire nel nulla in quegli orari che non rientrano fra le 9 e le 18, e essere totalmente invisibili il sabato e la domenica. Ma come ignorare le chiamate, i messaggi? Ci sono due pratiche soluzioni. La prima è avere due numeri di telefono, due mail, due carte di identità, tutto doppio: uno per uso personale e l’altro per uso professionale. Ma, fin qua, niente di nuovo. La seconda soluzione, molto più avventurosa e interessante, me la racconta Nicoletta, la nostra social media manager, che con il suo pragmatismo ha parecchio da insegnare a tutti noi: “se pensi di non farcela a lasciare il cellulare dentro la borsa, basta andare in una zona così isolata da mettere in difficoltà perfino la protezione civile!” E dato che viviamo in Sardegna, non è poi così difficile raggiungere questi posti. Personalmente, mi basterebbe tornare nel paesino dell’alto Campidano dal quale provengo, per ricreare questa stessa identica condizione. Potrei valutare là di passare le mie prossime vacanze ma, ahimè, in estate la Sardegna è cara per tutti. Anche per chi ci vive. E non scherzo.
Che cosa abbiamo imparato sull’andare in vacanza come partite iva.
In ogni storia c’è sempre una morale. Ma questa non è una storia, per cui la morale non è dovuta, né verrà raccontata. Ma, visto che ci si occupa di comunicazione, qualcosa la si può dire. Senza inventarsi nulla, lascio qua un piccolo claim (fonte bibliografica: chiacchierata a caso con Enzo, Cagliari 2023) che ci regala questa perla sull’argomento, in un momento a microfoni spenti, quando le cose più belle e interessanti vengono finalmente dette:
Non rompeteci le palle, non siamo mica dei cardiochirurghi, dei capi di Stato Maggiore o dei supereroi da cui dipendono le sorti del genere umano. Un mese passa alla svelta.
Esatto. Non rompeteci le palle. Ci vediamo a settembre. Se volete, pensateci molto, mentre siete in spiaggia, in montagna, o dove volete. Ma per il vostro bene, non scriveteci, a meno che non si tratti di argomenti frivoli, slegati dal contesto lavorativo. Qualunque vostro dubbio o problema inerente alla comunicazione del vostro brand potrà aspettare. In un certo senso, anche in vacanza, stiamo lavorando per voi. Solo con metà del nostro cervello, certo, ma pur sempre per voi.
IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Lo squalo.
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