Nell’ambito della comunicazione, sappiamo che il contesto non è solo una cornice, ma un elemento che determina il significato stesso del messaggio. La locuzione latina Nemo propheta in patria ci insegna proprio che la patria (intesa come il nostro sistema di relazioni stabili) spesso soffre di un’incapacità di decodifica del nuovo.

Per molto tempo ho avuto la sensazione di non essere visto davvero per quello che ero. Non perché le persone intorno a me non mi conoscessero, ma forse proprio perché mi conoscevano talmente bene che non riuscivano a scorgere le nuove sfumature che nascevano in me.

È lì che ho iniziato a capire davvero cosa significasse nessuno è profeta in patria.

È una locuzione latina tratta dai Vangeli, attribuita a Gesù, che osserva che nella sua città non viene riconosciuto come profeta, mentre altrove sì.

 

Questa frase è diventata celebre perché descrive la realtà di chi fatica a emergere o a vedersi riconosciuto il proprio valore nella città d’origine

 

Spesso ciò accade a causa di pregiudizi legati al passato, all’infanzia, all’adolescenza o persino alla famiglia di provenienza. In questi contesti si tende a sminuire chi ci è vicino, a considerarlo sul nostro stesso piano, senza riuscire a coglierne davvero il potenziale.

È un’espressione che nasce all’interno della tradizione cristiana, ma il suo significato si estende ben oltre, arrivando a toccare filosofi, artisti, scienziati e pensatori di ogni epoca. La familiarità riduce il senso di meraviglia, e così il talento finisce spesso per essere apprezzato altrove.

 

 

 

 

C’è stato un periodo della mia vita in cui ho fatto degli errori

Niente di straordinario, qualche eccesso di troppo, qualche scelta sbagliata, il classico caos di quando sei più giovane e non stai bene davvero, anche se magari non sai nemmeno spiegare perché.

Il punto è che, per molto tempo, ho avuto la sensazione che nel mio paese quelle cose mi fossero rimaste addosso.
Come se fossi rimasto “quello che ha fatto quelle cavolate”.

E questo, a prescindere da tutto il resto.

Perché nel frattempo la mia vita andava avanti tra sport, amicizie sane, mi impegnavo anche nel volontariato. Stavo cambiando, crescendo, migliorando.
Ma quella versione di me sembrava non aggiornarsi mai agli occhi degli altri.

Ed è proprio lì che ho iniziato a capire quanto sia difficile essere visti per ciò che si è diventati, quando le persone ti conoscono da sempre. Non per cattiveria, ma perché è più facile ricordarti per quello che eri, piuttosto che fare lo sforzo di riconoscere chi sei oggi.

 

Spesso chi ci conosce da sempre fatica a vedere chi siamo diventati

 

È più facile ammirare chi è lontano, nel tempo o nello spazio, che riconoscere il talento accanto a noi.

 

 

 

 

La storia lo dimostra continuamente

Molte grandi figure sono state ignorate o fraintese proprio nel loro contesto d’origine, non per mancanza di valore, ma perché ciò che portavano era troppo nuovo, troppo scomodo o semplicemente difficile da riconoscere da chi le conosceva già.

Galileo Galilei, ad esempio, fu osteggiato perché le sue scoperte mettevano in discussione verità consolidate e un intero sistema di potere. Vincent van Gogh non veniva compreso perché il suo stile rompeva con i canoni estetici del tempo. Nikola Tesla fu spesso ignorato perché il suo genio visionario superava la capacità del mercato di comprenderlo. Dante Alighieri venne escluso dalla sua città per ragioni politiche, mentre Franz Kafka non fu riconosciuto perché la sua scrittura era troppo distante dalle aspettative del suo tempo.

L’idea che chi innova venga capito solo altrove o dopo la propria epoca attraversa tutta la cultura europea. Molti hanno dovuto lasciare il proprio ambiente o affrontare ostilità per vedere le proprie idee accettate.

Nessuno è profeta in patria è una riflessione sul rapporto tra individuo e società, tra innovazione e conformismo. La patria è qualsiasi contesto familiare, dalla città al gruppo sociale, passando per l’ambiente di lavoro. Il profeta non è necessariamente una figura religiosa, ma chiunque porti un pensiero nuovo.

Riletta in chiave moderna, la frase parla di identità e bisogno di riconoscimento. Mostra come la troppa familiarità possa diventare un limite e suggerisce che, a volte, per essere davvero ascoltati, sia necessario allontanarsi, cambiare prospettiva, diventare stranieri. Solo così, paradossalmente, si può trovare uno spazio in cui la propria voce venga finalmente compresa.

Ed è qui che entra in gioco il viaggio.
Perché cambiare luogo significa, prima di tutto, cambiare il modo in cui veniamo visti, e successivamente, vediamo noi stessi.

 

 

 

 

Riscoprire sé stessi viaggiando

Spostarsi, anche solo per qualche giorno, o vivere un’esperienza più lunga lontano da casa, può avere un impatto sorprendente sul modo in cui ci percepiamo e su come veniamo percepiti. Non si tratta semplicemente di cambiare luogo, ma di uscire da un sistema di relazioni e significati.

 

Quando si viaggia la dinamica di chi eravamo si interrompe

 

In un ambiente nuovo, privo di riferimenti sul nostro passato, veniamo osservati per ciò che mostriamo nel presente. Non esistono etichette. Questo crea uno spazio comunicativo più aperto, in cui l’identità si costruisce nell’interazione.

È un vero e proprio rebranding. Ci si esprime con maggiore libertà, si sperimentano nuovi modi di comunicare, si scopre una versione di sé meno condizionata dal giudizio. Anche il feedback che si riceve cambia: più neutro, più diretto, talvolta persino più valorizzante.

Questo non significa che all’estero o lontano da casa si venga automaticamente riconosciuti come profeti, ma che aumenta la possibilità di essere ascoltati senza il peso del passato. E questa differenza, dal punto di vista comunicativo, è fondamentale.

Viaggiare, inoltre, permette di relativizzare il concetto stesso di patria. Non esiste un unico luogo in cui si è destinati a essere fraintesi. Cambiando ambiente, cambia anche il modo in cui il nostro messaggio viene recepito. Allo stesso tempo però il viaggio non è una soluzione automatica.

 

Non basta cambiare luogo per trasformare completamente la percezione di sé

 

Le insicurezze e i limiti personali non scompaiono con la distanza. Tuttavia, il confronto con nuovi ambienti può attivare un processo di consapevolezza e crescita che difficilmente avverrebbe restando fermi.

Viaggiare diventa dunque uno strumento di riscoperta. Non solo perché permette di incontrare nuovi mondi, ma perché offre l’occasione di rinegoziare la propria identità, liberandola, almeno in parte, dai vincoli del passato.

Per me quei due anni in Australia sono stati fantastici.

Ho conosciuto persone di tutto il mondo e fatto amicizia molto rapidamente.

Come quella volta in cui, in cinque, abbiamo noleggiato una macchina senza sapere bene dove stessimo andando, guidando per ore fino a trovarci in mezzo al nulla, circondati da canguri liberi. In quel momento eravamo semplicemente noi.

Ancora oggi sono in contatto con amici conosciuti lì, ormai sette anni fa. Il più importante di questi è Pietro, che ho conosciuto durante lo scalo in India, gli avevo chiesto se in aeroporto ci fosse il WiFi, e lui mi aveva scambiato per un indiano. Da lì siamo rimasti amici per tutta l’esperienza in Australia.

Un’altra esperienza che porto con me è il viaggio in solitaria a Malta, dove ho soggiornato in ostello. Lì ho stretto un legame speciale con due compagni di stanza: una ragazza ucraina, costretta a vivere in Slovacchia a causa della guerra, e un ragazzo russo. Il giorno dopo abbiamo noleggiato una macchina e abbiamo fatto tutto il giro di Malta, dal famoso villaggio di Braccio di Ferro, alle varie sculture in giro per Malta, Medina, ecc.

È stata una giornata di risate e amicizia.

È stato un bellissimo modo di fare un rebranding di me stesso e di come venivo percepito dagli altri.

Col tempo ho capito che non si tratta di diventare qualcuno di diverso agli occhi degli altri oppure di dimostrare qualcosa. Il rebranding non è altro che trovare il contesto giusto in cui qualcuno riesca davvero a vederci. Perché, a volte, non è necessario cambiare chi siamo, ma solo il luogo in cui scegliamo di esprimerci.
 

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DAL FILM Bugonia.

 
 
 
 
 
A cura di: 

Simone Baldussi, laureando in scienze della comunicazione. Amo viaggiare e ho vissuto due anni in Australia. Mi appassiona tutto ciò che è collegato alla psicologia e alla comunicazione.

 

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